Le elezioni americane stanno giungendo al termine, con lo spoglio delle schede arrivate per posta che proseguirà fino a fine novembre, e il 46° Presidente degli Stati Uniti ha già un volto: è quello di Joe Biden, candidato democratico ed ex vicepresidente dell’Amministrazione Obama, che ha sbaragliato il suo avversario politico, Donald J. Trump. Con oltre 77 milioni di voti e, per il momento, 279 Grandi Elettori a favore, Biden ha portato a casa una vittoria schiacciante, da record. Eppure, nonostante la distanza tra i due candidati sia ormai incolmabile, c’è chi non ha ancora accettato la sconfitta. Trump, infatti, che sui social si ostina a scrivere “We will win” (“vinceremo”) e lamenta brogli elettorali, ha annunciato ricorsi in diversi Stati, tra cui Nevada, Pennsylvania, Georgia e Arizona.

Il comportamento del presidente uscente non può che stonare con ciò che siamo sempre stati abituati a vedere al termine delle elezioni americane: vincitori e vinti che, nonostante tutto, si stringono la mano con dignità congratulandosi a vicenda. Un copione a cui è rimasto fedele soltanto il neo-eletto presidente, Joe Biden, che nel suo “victory speech” ha detto che è necessario «smettere di trattare i nostri avversari come nemici. Non siamo nemici, siamo Americani».

La domanda ora sorge spontanea: cosa succederà a questa America sempre più divisa e in tumulto, ora che persino il presidente in persona si rifiuta di accettare una sconfitta? E cosa ci dovremo aspettare da qui al 14 dicembre, giorno in cui i grandi elettori ufficializzeranno con il loro voto la vittoria di Biden? Ne abbiamo parlato con Francesco Costa, vicedirettore de “Il Post”.

Partiamo dalla fine, sabato scorso i media americani hanno annunciato Joe Biden come il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Gli scrutini stanno proseguendo segnando sempre di più il distacco tra lo stesso Biden e Donald Trump, che da giorni sta annunciando ricorsi in diversi stati. Cosa sta succedendo? Quanto sono fondate queste polemiche e quanto potranno incidere alla fine sul risultato?

Il presidente degli Stati Uniti viene ufficialmente eletto a dicembre, quest’anno il 14 dicembre, ma noi ci ricordiamo che la notte delle elezioni sappiamo chi ha vinto, perchè a un certo punto lo scrutinio ci mette davanti a un risultato evidente. E questa decisione la conosciamo attraverso i media. Quest’anno i media hanno avuto bisogno di qualche giorno in più: ce l’hanno detto sabato, ma è comunque evidente e molto netta la vittoria di Biden contro Trump. Come era stato previsto, Trump non ammette la sconfitta e sostiene che ci siano dei brogli, ma senza portare nessuna prova credibile. Senza contare che Biden ormai ha un vantaggio negli Stati in bilico di decine e decine di migliaia di voti, quindi questi brogli dovrebbero essere un’operazione mastodontica. Quello che succederà è che il 14 dicembre Biden sarà certificato come Presidente degli Stati Uniti e si insedierà a gennaio, ma Trump renderà la transizione evidentemente faticosa, complessa e forse anche infruttuosa, visto che si rifiuta di vedere Biden come il suo successore.

C’è anche un altro grande tema: Donald Trump sta rifiutando la sconfitta, ma è un comportamento che stona con quello che siamo abituati a vedere in America, dove vincitori e vinti, al termine delle elezioni, sono solitamente abituati a stringersi comunque la mano. Questo atteggiamento cosa può comportare a livello sociale nel Paese?

Può provocare un ulteriore aumento del nervosismo e della rabbia tra le persone. Perchè, come ricordavi, la transizione è sempre stata un momento di grande concordia ed è una delle cose di cui gli americani vanno più orgogliosi: il fatto che dopo le elezioni la precedente amministrazione e quella nuova collaborano nell’interesse del Paese per il passaggio di consegne. Quello che può succedere è che qualcuno prenda sul serio quello che Trump dice e quindi passi dalle parole ai fatti con atti di violenza o minacce preoccupanti sul piano dell’ordine pubblico, oppure che la transizione venga fatta male e ci sono questioni di sicurezza nazionale, di nomine che richiedono del tempo, o ancora un pezzo minoritario ma significativo della popolazione che più si fida di Trump, potrebbe pensare nei prossimi anni che Biden sia illegittimo come presidente e questo non fa bene alla democrazia americana, comunque la si pensi.

Come ti aspetti che si muoverà Biden nei prossimi mesi, considerando che, come dicevamo, l’insediamento del nuovo presidente avverrà il 20 gennaio del 2021 e, dall’altro lato cosa ci si potrà aspettare da Trump da qui alla fine del mandato?

Biden lavorerà alle prime cose che dovrà fare appena insediato: innanzitutto mettere insieme il suo Governo. Tenete conto che negli Stati Uniti quando entra il nuovo presidente non si cambia solo il Ministro, ma tutto lo staff del Ministero, per questo la transizione è un percorso complicato. Biden dovrà scegliere e nominare con il suo comitato di transizione migliaia di persone che andranno a comporre tutti i dipartimenti in questi due mesi. Poi dovrà preparare i suoi primi provvedimenti: il primo e fondamentale l’ha già annunciato e sarà, da un parte, un pacchetto di investimenti per sostenere l’economia americana in difficoltà per la pandemia, dall’altra un intervento molto forte per contenere i contagi che oggi in America sono completamente fuori controllo e toccano numeri record come morti e ricoveri. Trump potrà mettere i bastoni tra le ruote perchè, come dicevo, la transizione è un percorso che funziona se si fa insieme, ma non esiste la possibilità che Trump possa mettere in discussione il risultato delle elezioni o ribaltare l’esito del voto popolare.

A questo punto tracciamo anche un profilo del nuovo presidente, del quale tu tra l’altro hai tradotto un libro che parla del figlio e si intitola “Papà, fammi una promessa”: insomma chi è Joe Biden e che tipo di presidente credi che sarà anche in confronto all’amministrazione Obama?

Joe Biden è stato un politico americano di lungo corso che non ha mai perso un’elezione nella sua vita: nè al Senato, nè da vicepresidente. E gli americani lo conoscono bene, perchè la sua non è stata una storia interessante solo sul piano politico, ma anche su quello personale, che lo ha reso famoso in tutto il Paese. Biden è diventato senatore giovanissimo, in una candidatura improbabile che ebbe successo, e che fece parlare di lui, e poi pochi mesi dopo sua moglie e sua figlia furono uccise in un incidente stradale: un fatto che ne fece parlare ancora di più e che commosse il Paese e lo rese una figura molto famigliare alle persone. Cominciò quindi a fare carriera da parlamentare e da senatore, finchè non fu scelto da Obama nel 2008 come vice. È considerato un moderato, non un centrista: è sempre stato pragmatico e non ha mai perso un’elezione perchè ha sempre saputo intercettare gli umori della parte maggioritaria del partito democratico. Per questo oggi ci si aspetta che davanti a una situazione straordinaria si renda conto che servono misure straordinarie. Naturalmente dovrà andare d’accordo con il Congresso, che vede una compagine di repubblicani numerosa e questa è la principale differenza con Obama: Obama era più assertivo nel trattare con il Congresso, Biden è molto più abile nei negoziati, nelle trattative anche con gli avversari e ci si aspetta quindi che cerchi di coinvolgere almeno qualche repubblicano sia al Governo che poi quando bisognerà votare in Parlamento.

Per quanto riguarda, invece, la vicepresidente, Kamala Harris, chi è e quanto potrà incidere in questi quattro anni, anche considerando che è la prima donna non bianca a ricoprire questa carica?

Dei vicepresidenti si dice spesso che hanno un incarico particolarmente ingrato, perchè sulla carta non hanno nessun potere: hanno il potere che il presidente decide di delegare, quindi in passato ci sono stati vicepresidenti molto potenti e vicepresidenti che hanno tagliato i nastri e fatto poco altro. Non sappiamo che tipo di profilo avrà Kamala Harris, ma possiamo provare a intuirlo dal fatto che il 20 gennaio Joe Biden sarà il più anziano presidente al momento dell’insediamento e ha scelto e usato molto Kamala Harris, anche in campagna elettorale, per rinfrescare il suo profilo e completarlo. Biden sa che ha bisogno di Kamala Harris sia sul piano dell’immagine che sul piano del Governo: Harris per esempio è una Procuratrice e ha una grossa esperienza in tutte le questioni che riguardano il sistema giudiziario in generale. Io credo che Kamala Harris la vedremo sempre più sul livello quasi paritario a Biden, che si appoggerà molto a lei. E scegliendola, oltre a fare il passo storico di cui parlavi, ha anche indicato in qualche modo una possibile strada per la sua successione. Si faranno naturalmente le primarie nel 2024, ma Kamala Harris è in prima fila, quindi, per essere la prossima candidata dei democratici alla Casa Bianca.

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