Earth Day, il 22 aprile è il Giorno della Terra

Celebrato ogni il 22 aprile, l’Earth Day, il Giorno della Terra, coinvolge ogni anno un miliardo di persone e 22mila organizzazioni in 192 Paesi in tutto il mondo, uniti per ribadire l’importanza della conservazione delle risorse naturali del Pianeta. E in Italia le cose potrebbero andare meglio: negli ultimi anni abbiamo perso il 28% di terra da coltivare, secondo la Coldiretti.

Let’s get planting. È il motto scelto dagli organizzatori di questa edizione dell’Earth Day, il Giorno della Terra, celebrato ogni anno il 22 aprile: un’occasione per parlare di ambiente, cambiamenti climatici, salvaguardia ambientale, ma anche per proporre soluzioni (e piantare qualche albero).

Giunta alla sua 46^ edizione, la manifestazione di quest’anno ha il suo fulcro centrale nell’incontro a New York che vedrà il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon con i principali leader mondiali ratificare lo storico accordo sul Clima siglato lo scorso dicembre a Parigi.

È proprio in occasione di questo evento che la Coldiretti lancia l’allarme per una situazione che sta diventando insostenibile sul suolo italiano: l’ultima generazione è responsabile della perdita in Italia del 28 per cento della terra coltivata per colpa della cementificazione e dell’abbandono provocati da un modello di sviluppo sbagliato che ha ridotto la superficie agricola utilizzabile in Italia negli ultimi 25 anni ad appena 12,8 milioni di ettari.

Solo una pianta da frutto su tre, continua la Coldiretti si è salvata negli ultimi quindici anni con la scomparsa di oltre 140mila ettari di piante di mele, pere, pesche, arance, albicocche e altri frutti, che rischiano di far perdere all’Italia il primato europeo nella produzione di una delle componenti base della dieta mediterranea. La situazione non è migliore per le fattorie da dove sono scomparsi 2 milioni di animali tra mucche, maiali e pecore negli ultimi dieci anni con il pericolo di estinzione per le razze storiche e lo spopolamento delle aree interne e montane, ma a rischio c’è anche il primato dell’enogastronomia Made in Italy con la dipendenza dall’estero che per carne, salumi, latte formaggi che è vicina al 40%. Minacciate di estinzione sono ben 130 razze allevate tra le quali ben 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini, sulla base dei Piani di Sviluppo Rurale della precedente programmazione.

Su un territorio meno ricco e più fragile per il consumo di suolo si abbattono i cambiamenti climatici con le precipitazioni sempre più intense e frequenti con vere e proprie bombe d’acqua che il terreno non riesce ad assorbire. Il risultato è che sono saliti a 7.145 i comuni italiani, ovvero l’88,3% del totale, che sono a rischio frane e/o alluvioni secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Ispra. Di questi 7.145 comuni, viene specificato nel documento, 1.640 hanno nel loro territorio solo aree a derivata propensione a fenomeni franosi, 1.607 sono invece i comuni a pericolosità idraulica e 3.898 quelli in cui coesistono entrambi i fenomeni. Le regioni con il 100% dei Comuni a rischio idrogeologico sono sette: Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Molise e Basilicata. A queste si aggiungono Calabria, provincia di Trento, Abruzzo, Piemonte, Sicilia, Campania e Puglia con una percentuale di comuni interessati maggiore del 90%.

Per proteggere la terra e i cittadini che vi vivono, l’Italia deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola. Per questo – conclude la Coldiretti – occorre combattere concretamente i due furti ai quali è sottoposta giornalmente l’agricoltura: da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente.