Milkman, lo smart working di chi vive di tecnologia

Abbiamo intervistato Barbara Visconti, HR di MIlkman Technologies, per farci raccontare come l'azienda ha vissuto lo smart working, le criticità, i punti di forza e le opportunità che questa modalità consente.

Barbara Visconti, HR Milkman Technologies

Lo smart working è una modalità lavorativa che può portare vantaggi e svantaggi sia per i datori di lavoro che per i dipendenti. Tra le problematiche ricorrenti, la percezione labile del lavoratore del confine tra sfera professionale e sfera privata, che spesso provoca danni anche psicologici. Per molti altri rappresenta invece un’opportunità e un metodo per assumere risorse anche residenti lontano dalla sede aziendale. Abbiamo parlato di questo tema con Barbara Visconti, HR di Milkman Technologies.

I punti di forza di questa modalità, secondo Visconti, sono «la possibilità di gestire meglio i tempi, riducendo lo spostamento casa-lavoro e la fortuna di essere immediatamente disponibili post-lavoro per i propri hobby, e – dal punto di vista logistico – l’organizzazione degli spazi domestici. Ho notato che molti nel nostro staff hanno ricreato una propria zona di confort, laddove possibile, personalizzandolo di più rispetto alle scrivanie degli uffici. Un altro punto di forza che ho riscontrato è l’organizzazione a livello generale: lo smart working in sé, quando non si tratta di telelavoro, dà la possibilità alle persone di gestire meglio i tempi del lavoro in base alle proprie esigenze. Noi abbiamo trattato questa modalità di lavoro con molta flessibilità, più difficile rispetto agli orari da ufficio. L’altro aspetto importante è la comunicazione: in questa situazione è stato necessario comunicare di più, per poter pianificare meglio la giornata operativa».

Menziona anche le criticità: «Se da un lato lavorare a casa aiuta ad avere più tempo libero, per chi è meno abile ad organizzarsi c’è il rischio opposto, ovvero che non vi sia una fine dal lavoro e che non ci sia più la capacità di staccare. In un’azienda come la nostra, in cui ci sono sempre tante cose da fare, il rischio è che i dipendenti finiscano con il lavorare “troppo”. L’altro aspetto negativo è la mancanza dei momenti di comunicazione informale, che non ci sono più: le chiacchiere davanti al caffè o i saluti in corridoio. Se inizialmente non era avvertita come una mancanza, ora, dopo un periodo prolungato di lavoro agile si sta avvertendo questa esigenza».

Riguardo l’organizzazione del lavoro afferma: «Essendo un’azienda tecnologica, per noi è stato semplice. Noi sviluppiamo tecnologia e quindi i nostri dipendenti sono preparati da un punto di vista tecnologico. Eravamo già preparati e reattivi, anche perché saltuariamente utilizzavamo già la modalità di lavoro da remoto».

Conclude con una riflessione sul futuro dello smart working: «Per quanto riguarda noi, come azienda tecnologica, sicuramente continueremo ad utilizzare questa modalità anche finita l’emergenza sanitaria. Lavorando in un settore in cui non è facile reperire risorse e competenze, abbiamo preso coraggio e fatto questo salto per poter lavorare con persone a distanza e lontane dalla nostra sede. Nel nostro team c’è una persona che fisicamente non abbiamo mai incontrato, per esempio. Possiamo quindi lavorare bene anche da remoto, e per dare la possibilità anche a chi abita lontano di collaborare con noi è necessario e giusto proseguire così. Nel nostro staff poi, prevalentemente giovane, è vista con favore l’idea di una maggiore flessibilità sul lavoro e la possibilità di lavorare da casa e mantenere viva la propria sfera personale. Tuttavia, è un dato di fatto che lavorare perennemente da remoto inizia a diventare pesante. Sicuramente diventerà una nuova normalità, ma con un certo equilibrio. La nostra idea è quella di lasciare gli uffici aperti e garantire totale libertà ai lavoratori, che possono accedervi nei tempi e modalità che preferiscono».