Bolle, il suo j’accuse al mondo della danza. E menziona anche il “caso Arena”

Arriva dalla sala del Mappamondo di Montecitorio il grido di dolore di Roberto Bolle per il balletto che muore tra l'indifferenza e l'ignoranza di politici e organizzatori. Nel suo amareggiato discorso, anche il "caso Arena", che nel 2017 ha licenziato tutto il suo corpo di ballo, salvo poi richiamarlo da precario in produzioni tutte esternalizzate.

Roberto Bolle
Roberto Bolle

Arriva dalla sala del Mappamondo di Montecitorio il grido di dolore di Roberto Bolle per il balletto che muore tra l’indifferenza e l’ignoranza di politici e organizzatori, come riporta l’Ansa. Un j’accuse durissimo che sembra impietrire i deputati della commissione cultura, tutti lì ad ascoltarlo nell’ultima tappa di un’indagine sui teatri lirici italiani. E che alla fine applaudono, sono tutti con lui, abbracciano l’invito a rilanciare un settore troppo a lungo mortificato e reietto, «la Cenerentola delle arti», va giù duro il danzatore, «con Opera lirica e musica sinfonica nel ruolo delle sorelle privilegiate, cui sono riservate le attenzioni e le cure delle Fondazioni».

Il ballerino Roberto Bolle ha disegnato ieri alla Camera una realtà di abbandono che fa paura. Una situazione «sempre più difficile e arida – dice – fatta di compagnie teatrali sempre più scarne, di corpi di ballo che vengono chiusi, di assoluta mancanza di protezione per la categoria artistica, di ballerini che devono lasciare il proprio Paese per vivere della loro passione e cercare di realizzare i propri sogni».

Delle 14 Fondazioni liriche italiane, solo quattro hanno mantenuto un loro balletto, «un depauperamento di cui ci si può solo vergognare», ripete citando quelli che resistono, l’eccellenza de La Scala, certo, e poi l’Opera di Roma, che tra cause e ricorsi ha mantenuto 60 ballerini. Due situazioni particolari, alle quali si aggiungono i casi molto meno felici del San Carlo di Napoli e del Massimo di Palermo definiti “in fin di vita”, 15 ballerini il primo, 10 di cui 5 in part time il secondo.

Una situazione, quella italiana, frutto di tagli sanguinosi, e non sempre dovuta ad una reale mancanza di soldi. Non è l’insostenibilità ma l’ignoranza, sostiene Bolle, il vero nemico del balletto in Italia, «scarsa conoscenza del settore e mancanza di visione di chi ne era responsabile sia a livello governativo che di gestione dei teatri».

Dito puntato sulla politica, quindi, ma anche sui sovrintendenti, che troppo spesso ne capiscono di musica e non di danza. Il paradosso è un Paese che invece vede fiorire le scuole: in Italia ce ne sono 1.700, conta Bolle, per un totale di 1 milione e 400 ragazzini che vorrebbero danzare, molti di più persino di quelli iscritti alle scuole di calcio, che non superano il milione. Senza contare il successo dei talent e i grandi ascolti degli show in tv : «Anch’io nel mio piccolo cerco di fare il possibile – minimizza la star – ma l’interesse per la danza non manca in Italia, il problema semmai è che non c’è il lavoro, le compagnie hanno pochissimi posti, chi si ostina a seguire la sua passione è costretto a partire».

Anche l’Arena di Verona nel mirino delle accuse

Bolle cita poi il caso dell’Arena di Verona, che nel 2017 ha licenziato tutto il suo corpo di ballo, salvo poi richiamarlo da precario in produzioni tutte esternalizzate.

Le richieste sono tante, si va da criteri più equi per la ripartizione delle risorse del Fus a un Fondo apposito per la salvaguardia dei danzatori, incentivi ai teatri che investono sulla danza e tagli a quelli che invece esternalizzano. Un investimento dovuto, si appassiona Bolle, perché la danza è patrimonio culturale, eccellenza, identità, ma ha anche un’importanza economica e sociale, un grande impatto sui ragazzi.

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