Cartolina dal Vinitaly

Una giornata in Fiera, Vinitaly Sol & Agrifood, un puzzle di prodotti, di aziende, di persone, di territori che raccontano dell’Italia, della sua unicità nelle differenze che sono eccellenza e cultura. Arte.

Con la pigrizia della domenica mattina parto da casa in bici, la città permette di muoversi con le due ruote per raggiungere la Fiera al di là della cinta muraria, in quella prima periferia novecentesca che oggi è diventata memoria di un fare industriale da rigenerare. Non si può sbagliare, traffico di auto intenso ma fluido, fiumi di gente a piedi che come affluenti alimentano un unico percorso, tutti verso la stessa meta, non c’è bisogno di cartelli o indicazioni.

L’ingresso principale del quartiere fieristico è già assalito da code ed una folla di gente ordinata attende l’ingresso; una parte del piazzale è blindata con forze dell’ordine e gente che gesticola, reporter e telecamere, non fanno entrare, attendono le rappresentanze politiche a vari livelli e del governo. Vado oltre, non mi interessa.

Tanta gente in fila, moltissima, per un appuntamento non solo economico ma sociale, fatto di scambi e di conoscenze, un viaggio tra Regioni racchiuse in padiglioni ricoperti da immagini e slogan che di quelle terre vogliono essere sintesi, sedurre per farsi conoscere. Il quartiere della fiera di Verona diventa una mini Italia, inizia un viaggio tra territori e persone, qualche ora non basta e nemmeno una giornata, così seleziono due luoghi e mi muovo tra questi disegnando avanti e indietro una trama che possa essere racconto, un tessuto che unisca le distanze.
La distanza tra vino e olio. Durante l’inaugurazione ufficiale del Vinitaly non è stata nemmeno citata la presenza al suo interno del piccolo padiglione dedicato all’olio (e non solo), un evento nell’evento Sol & Agrifood; ogni anno lo spazio dedicato all’oro giallo sta diminuendo nonostante il settore veda in Veneto una crescita importante, tanto quanto importante è stata la difficoltà quest’anno per la Puglia, il nostro maggior produttore, di arrivare a quantitativi minimi.

Scambio due parole con Albino Pezzini Presidente AIPO (Associazione Interregionale Produttori Olivicoli) e siamo d’accordo su questa mancanza di attenzione rivolta all’olio, rivolta per vero al secondo elemento identitario del paesaggio italiano, della cultura e dell’economia oltre la vite, l’ulivo. Al nostro tavolo di assaggi arriva Monica Vaccarella, produttrice di olio Valpolicella Dop, un’eccellenza del nostro territorio, un olio, con eco di mandorla, che arriva dalle colline sopra Verona (in un manoscritto del Seicento, conservato in Biblioteca Capitolare, vengono indicate come il luogo dove ci sono gli ulivi che producono l’olio più buono) in compagnia del Generale Giuseppe Nicola Tota Comandante di tutte le forze terrestri italiane, e signora, e continuiamo la nostra discussione sorseggiando oro e viaggiando tra i territori. Il Generale, che a Verona ha permesso quest’anno di accogliere nello storico Palazzo Carli un galà d’inaugurazione del Vinitaly, lancia un’idea e tutti noi siamo già pronti a sottoscriverla. Guardo i miei commensali, vedo Monica Vaccarella con abito elegante e me la immagino quando è nel campo a potare gli ulivi graffiandosi braccia e gambe, sollevando casse improponibili per il peso ad ogni umano, vedo il Generale, di origini pugliesi oggi distaccato a Verona, che ha desiderio di aprire il suo mondo militare alla città, e non solo, a cucire legami, strategia di una battaglia che sia dare valore a territori e persone. Ho accanto la signora Tota e ci lasciamo trasportare negli assaggi ai ricordi, quelli che ci portano da bambine a immergere la “frisa” nel mare e condirla con olio pugliese, la nostra merenda. E allora viaggiamo.

La distanza tra Veneto e Puglia. Dopo l’olio Veneto, delicato, con diverse sfumature adatto per lo più a zuppe e verdure crude, sento il bisogno di andare a trovare i Fratelli Intini, Pietro ed Alessandro che non solo producono un olio pluripremiato in tutto il mondo, ma tempo fa nel loro frantoio ad Alberobello mi hanno fatto provare un’emozione incredibile assaggiando l’olio della loro cultivar Cima di Mola, un tuffo nei ricordi di bambina, appunto, sapore di cicoria.
Allora decido di muovermi unendo Puglia e Veneto (non potrei fare diversamente in una giornata), come se avessi legato in cinta un filo mi muovo tra i due padiglioni alla ricerca di racconti, piccole storie che parlano di un’Italia al lavoro per costruire bellezza. La bellezza di un legame che Alessandra Martin, vestita di bianco, ha messo nella sua caramella, all’Amarone, rossa e nella novità all’Olio d’oliva, verde.

Nell’attraversare lo spazio mi fermo a Casa Coldiretti, un saluto alle “Donne Impresa” e per tutte un bacio a Stefania Barana, pilastro dell’organizzazione, al volo, Daniele Salvagno e Franca Castellani, vertici di terra Veronese e Veneta. Non riesco a salutare tutti, a scambiare due parole e una foto. Mi dispiace e corro.
Nel Padiglione del Veneto vado a trovare Antonia Pavesi e il suo Amarone di Villa San Carlo, un podere alle porte della città dove la bellezza dell’architettura è avvolta da quella del paesaggio verde collinare e pieno di vigneti. Un saluto veloce, una foto, e alle mie spalle c’è Eleva, una società Agricola in Valpolicella dove si affinano con il legno colori e profumi, botti, bottiglie, luogo dove il vino abita e migliora. Si eleva appunto, diventa paesaggio. Non riesco a salutare Davide Gaeta, c’è gente da intrattenere, so però di un Amarone “Piovesole” da assaggiare. Due Aziende, tra tante Veronesi, due Amaroni, tra tanti, ma due anime diverse, perché diversi i territori, le persone, le filosofie, i racconti che stanno dentro al vino lo rendono unico, là dove competizione è andare insieme verso lo stesso obiettivo.

Corro al Padiglione Puglia, mi accoglie una scritta, “Dove la Terra diventa Vino”, non solo, anche il Mare diventa vino: penso al nuovo Verdeca “Alice” dei Produttori di Manduria che dal mare hanno preso profumi e sapori in una linea di bottiglie non solo belle ma buonissime dove si ritrova quella filosofia tutta greca di bello e buono (kalos kai agathos). Passo al volo da altri stand, piccoli produttori, spesso imprenditoria femminile, Cardone per esempio che porta in vacanza a Verona i Trulli, Gianfranco Fino con il suo vino ES, oppure “Trullo di pezza” che nel vino mette la Valle d’Itria.
Arrivano messaggi da territori lontani che mi suggeriscono di andare qui o là, a trovare una persona o un’altra, a conoscere amici nuovi o a trovare quelli vecchi perché ognuno vuole farti vedere la propria bellezza, occhi che brillano; così la tela si infittisce, le lontananze si accorciano, la distanza diventa ciò che unisce.

Rientro al padiglione del Veneto, vado a cercare lo stand di Masi, cerco Massimilla di Serego Alighieri che mi ha fatto conoscere il sapore del Valpolicella nelle botti di ciliegio e la differenza tra un imprenditore che accoglie e trasmette amore ed uno che “se la tira”, ce ne sono tanti.
Da tanti altri vorrei passare, un saluto due chiacchiere, una foto, per costruire quel puzzle che sia racconto di persone che danno il meglio di sé per rendere l’Italia un paese bellissimo.
Mi rendo conto che non ho assaggiato ancora nemmeno un bicchiere di vino, sento la stanchezza mi fanno male i piedi ormai siamo verso la sera. Esco, riprendo la mia bici e torno in centro.
Verona in lontananza è bellissima, chissà i viaggiatori del passato che emozione avevano nell’arrivare, nel vino e nell’olio trovavano poi il sapore di questa bellezza, corrispondenza.
Caro Vinitaly, e Sol, al prossimo anno, cercando altri luoghi, altre persone per viaggiare, altre tessere, altri fili per un’Italia che è eccellenza tutta, un abito di alta sartoria.