8 marzo, l’importanza di una società senza violenza e stereotipi di genere

In occasione della Festa delle Donne, la psicologa Federica Sandi, ha parlato ai microfoni di Radio Adige Tv per spiegare l'aumento di casi di violenza domestica e femminicidi registrati durante la pandemia.

Oggi è l’8 marzo e si celebra la giornata internazionale della donna. Un momento per festeggiare tutte le donne del mondo, ovviamente, ma anche per riflettere sul ruolo fondamentale che esse, che noi giochiamo all’interno della società. Si sente parlare spesso di “gender gap”, quella parità di genere che in Italia ancora non è stata raggiunta e che si sta cercando di conquistare da anni con piccoli passi. Collateralmente a questa festa non si può poi non parlare della violenza di genere, di cui troppe donne sono e sono state vittime, soprattutto con questa pandemia. A parlarci di questo aspetto è stata la dott.ssa Federica Sandi, consigliera e segretario dell’Ordine delle psicologhe e psicologi del Veneto.

Dottoressa, come è emerso in questi mesi di pandemia, le donne vittime di violenza domestica e femminicidi sono aumentate in modo allarmante. Da cosa è dipeso questo tragico fenomeno?

«Purtroppo, come in tutte le situazioni di violenza, gli episodi sono incentivati dall’isolamento, dal fatto di trovarsi da soli nelle proprie case, avere pochi contatti sociali per parlare di quello che sta succedendo. Con la pandemia le donne si sono trovate a vivere molto di più in casa insieme a uomini violenti che magari non avevano mai agito violenza fisica nei loro confronti, ma visto lo stress e le difficoltà del momento le violenze psicologiche e poi fisiche sono aumentate in maniera esponenziale».

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Tra le varie forme di violenza c’è anche la cosiddetta “sudditanza economica“, che forse è un concetto ancora non troppo chiaro per molte persone. Ci spiega di cosa si tratta?

«Socialmente alla donna è sempre stata attribuita poca capacità nel gestire il denaro. A questo si abbina una volontà da parte di un uomo di non voler dare l’autonomia, la libertà alla donna di sapere gestire l’economia e le finanze. Questo diventa una limitazione che fa sì che la donna sia costretta a fare solo ciò che l’altro le permette di fare».

Quali sono i passi da compiere per garantire la parità di genere nella società?

«Ci sono stati dei comuni nel Veneto che hanno fatto percorsi per fare notare alle donne che potevano gestire la propria economia anche con dei corsi. Gli enti locali, ognuno con le proprie competenze, possono creare delle situazioni per dire “le donne ce la possono fare”. Oltre a questo è importante che si possa parlare della difficoltà che si ha in casa, cosa che è diventata più difficile con la pandemia e tante donne non si rendono nemmeno conto di essere in una situazione di violenza».

Come può una donna, che si accorge di essere vittima di una qualche forma di violenza, agire e riprendersi la sua libertà?

«La prima cosa da fare è parlarne: molte donne fanno fatica a riconoscere il fatto di essere vittime di una qualsiasi violenza. Alcune perchè l’hanno sempre vissuta in casa e quindi è una cosa che si tramanda di generazione. Altre provano vergogna per non essere riuscite a gestire la cosa e perchè si trovano in questa situazione. Quindi il poterne parlare, dare un nome alle cose e non sentirsi in colpa è il primo passo fondamentale».