Ristoranti chiusi a Natale, la preoccupazione di Fipe

Paolo Artelio, presidente provinciale degli esercenti Fipe Confcommercio, esprime i timori dell'intera categoria riguardo alle indiscrezioni che trapelano sul prossimo Decreto, che potrebbe prevedere la chiusura (totale o parziale) dei ristoranti nel giorno di Natale.

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«In attesa del Dpcm natalizio l’incertezza regna sovrana, nemica di tutti gli imprenditori, soprattutto di quelli che operano nei pubblici esercizi. E quel che è peggio, per la nostra categoria si preannuncia un bagno di sangue nel mese più importante dell’anno, quello di dicembre». Lo afferma Paolo Artelio, presidente provinciale degli esercenti Fipe Confcommercio, riguardo alle indiscrezioni che trapelano sul prossimo Decreto, che potrebbe prevedere la chiusura (totale o parziale) dei ristoranti nel giorno di Natale.

«Da sempre – prosegue Artelio – il pranzo del 25 dicembre al ristorante ha rappresentato per milioni di persone, in tutto il mondo, un momento di gioia, serenità e festa: non è possibile cancellarlo con un articolo, peraltro proprio nell’anno in cui questa giornata assume un’importanza ancora maggiore». I festeggiamenti della Natività al ristorante “valgono”, in provincia di Verona, almeno tre milioni di euro, con centinaia di locali aperti e un prezzo medio di cinquanta euro.

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«Sono 50mila – conferma Artelio – i veronesi che, nel giorno di Natale, si recano al ristorante, cui vanno aggiunti i turisti che in condizioni normali decidono di venire nella nostra provincia. Qualora venissero confermate le voci anticipatorie, tutti dovrebbero invece rimanere a casa senza beneficiare dell’accoglienza dei pubblici esercizi».

Il risvolto negativo del “divieto di pranzo” colpirebbe direttamente anche i lavoratori: sono almeno diecimila, tra titolari, soci, collaboratori e dipendenti (fissi e “a chiamata”) le persone che a Natale rischiano di non lavorare, con una perdita netta di retribuzioni e compensi.

«Il servizio di take-away e delivery – dichiara Artelio – non compensa minimamente la chiusura dei locali, rappresentando meno del 20% dei ricavi, nella migliore delle ipotesi. Molti esercizi, per tipologia di prodotti e collocazione geografica, non possono nemmeno proporre questi servizi; altri, dopo alcune settimane di prova, hanno rinunciato».

«Abbiamo rivisto i nostri locali riducendo i coperti, semplificando i menu, ridimensionando le occasioni di socialità, conserviamo i contatti delle prenotazioni, abbiamo distanziato i tavoli e dotato i lavoratori di tutti i presìdi sanitari ed ora, nell’unico momento dell’anno in cui potremmo lavorare, seppur al regime minimo, ci potrebbe venir chiesto di chiudere».

L’alternativa, per Fipe, è un ristoro integrale, immediato e basato sui ricavi dello scorso dicembre. «Solo così – conclude Artelio – potremo avere un minimo di speranza per le settimane a venire, considerando anche che sono venuti meno tutti i pranzi e cene aziendali, le feste scolastiche, i momenti conviviali di fine anno. Dicembre è un mese che di solito rappresenta il 30% del fatturato annuo di un ristorante: aggiungendo anche i mancati guadagni di aprile e maggio, rischiamo una vera e propria Caporetto finanziaria».

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