Come sta il settore lapideo, perché non può lavorare?

E' la domanda che abbiamo fatto a Filiberto Semenzin, presidente di Verona Stone District, Paolo Borchia, europarlamentare e unico coordinatore italiano in commissione Industria al Parlamento europeo, e Matteo Ferrari, imprenditore del marmo.

Molte le aziende ferme a causa dell’emergenza coronavirus. Tra queste ci sono anche quelle del settore lapideo, un comparto che a Verona conta ben tre consorzi (Asmave, Val di Pan e Pietra della Lessinia) rappresentati dalla società consortile Verona Stone District, quest’ultima presieduta da Filiberto Semenzin. Il nuovo DPCM firmato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non fa sconti al comparto, le cui aziende non rientrano tra quelle che hanno il codice Ateco valido per poter tornare a produrre.

«Un’assurdità. – commenta lo stesso Semenzin, che il 10 aprile scorso aveva scritto anche alla Regione Veneto, al Presidente Zaia e al Prefetto di Verona Donato Cafagna – Le nostre aziende fin dall’inizio hanno adottato le misure di contenimento e di precauzione richieste, inoltre gli spazi che le nostre imprese hanno a disposizione sono talmente ampi che non ci sarebbe alcun problema per mettere in sicurezza i lavoratori già da subito, mantenendo le distanze sociali e tutto il resto».

Nella video intervista è intervenuto anche l’onorevole Paolo Borchia, europarlamentare e unico coordinatore italiano in commissione Industria al Parlamento europeo, che in tempi non sospetti ha lanciato un appello al governo affinché aiuti il settore del marmo. Grazie anche al suo intervento, è arrivato il via libera per la vendita in Italia e all’estero dei prodotti giacenti nei magazzini, che lo stesso Borchia ha definito come «una prima boccata d’ossigeno per molti settori trainanti a Verona e in tutto il Veneto, aggiungendo che, finalmente – anche se in parte – è stata sanata la distorsione creata dai precedenti provvedimenti, mal scritti, che hanno creato asimmetrie tra le regioni e consentito ai competitor stranieri di erodere quote di mercato ai nostri produttori».

Provvedimento gradito, ma non sufficiente per Matteo Ferrari, titolare della Veneta Marmi Srl, intervenuto in rappresentanza degli imprenditori e delle nuove generazioni costrette a soffrire ancora per la chiusura forzata, al di là del normale andamento del comparto che già prima risentiva di forti criticità: «Ci devono dare la possibilità di lavorare. – afferma Ferrari – Io sono il primo a voler tutelare la salute dei miei dipendenti, e sono pronto a mettere a disposizione loro tutti i dispositivi per garantire il massimo della sicurezza, ma l’importante è tornare in azienda, ce lo chiedono gli stessi collaboratori, altrimenti qui si fa dura, saltano famiglie e posti di lavoro».

«Mi auguro davvero che ci possa essere una svolta nei prossimi giorni per far ripartire la produzione e poterci allineare ad altri stati, come la Spagna, che non è messa meglio di noi dal punto di vista sanitario, ma là le aziende del marmo lavorano. Quindi siamo doppiamente svantaggiati perché i competitor, non solo stanno producendo, ma ci portano via anche fette di mercato».

Appelli, quelli di Semenzin e Ferrari, che Borchia ha raccolto. Ci sarà un altro endorsement dell’europarlamentare della Lega che proviene, di famiglia, dallo stesso settore?