Il recupero (volontario) delle trincee in Lessinia

Monte Castelberto di Erbezzo

Parte su questo numero una rubrica dedicata ai 100 anni della Grande Guerra che terrà compagnia lungo tutto questo anno editoriale. In questa prima uscita una bellissima iniziativa che vede protagonista la Lessinia.

2015. 1915. Cento anni. Quelli che separano il nostro presente da un evento che ha segnato profondamente l’Italia, l’Europa e il mondo. Una vera e propria catastrofe, con ripercussioni inimmaginabili, anzitutto sulla psiche e sull’animo delle persone più comuni. Una tragedia, che però fin da subito è stata velata, trasformata dal potere. Il dolore è rimasto latente, intimo, non più manifesto. Se non in parate pubbliche. Perché bisognava andare avanti. E chi aveva vissuto il terrore, doveva dimenticare.

Oggi ricordiamo. Lo facciamo per un senso di riconoscenza. Lo facciamo per un senso del rispetto. Lo facciamo per renderci conto di chi siamo, da dove proveniamo. Forse per essere consapevoli della nostra fortuna. Lo facciamo per capire. O semplicemente per non dimenticare.

Sicuramente è stato questo sentimento che ha spinto tanti e tanti volontari a impiegare il loro tempo per sistemare una parte delle trincee della Lessinia. Uno sforzo che va premiato, perché spontaneo, sincero. Uno sforzo che dopotutto sta avendo i suoi riscontri positivi, soprattutto tra i ragazzi delle scuole. I primi che devono sapere. Perché sono il nostro futuro. «Perché», aggiunge Flavio Melotti, «cento anni fa, giovani come loro hanno vissuto il dramma di una guerra», in prima linea.

«Toccare le pareti di quelle trincee è cosa completamente diversa dallo studiare nozioni di storia sui libri o dal vedere un film sull’argomento», insiste il geometra e alpino che ha progettato la sistemazione della trincea di Malga Pidocchio, insieme all’architetto Meneghello.

Tutto è cominciato nel 2008 con una mostra che ricordava la Grande Guerra, tenutasi a Bosco Chiesanuova. Il successo si vide nell’interesse mostrato dalla gente. Bisognava allora cogliere il momento e fare di più. Così al consigliere sezionale degli Alpini, Flavio Melotti, fu delegato il ripristino dei luoghi della Grande Guerra. Con un’operazione di volontariato, animato da una vera spontaneità, in 2200 ore lavorative, con 200 volontari, sono stati spostati 200 metri cubi di terra, con picco, pala e secchi. Risultato? La sistemazione di 420 metri di trincea del caposaldo di Malga Pidocchio.

«Un lavoro immane, ma in un’atmosfera di amicizia e fratellanza, che ha coinvolto anche i giovani del Cai Lessinia, con un campo scuola di due giorni», dice con entusiasmo Melotti. Che, a fianco al lavoro fisico, ha svolto un minuzioso lavoro scientifico di ricerca nell’archivio del Genio Militare.

L’intervento di recupero ha avuto l’appoggio della Comunità Montana e dell’Ente Parco, oltre e soprattutto quello dei privati, proprietari delle terre trincerate. Purtroppo, dice con un certo rammarico Melotti, «per ora ancora nulla è stato destinato alla provincia veronese dalla Regione», che in questi anni ha finanziato la ristrutturazione dei monumenti e recentemente ha stanziato qualche milione di euro per gli ossari del territorio veneto. Certo, nel veronese non si è combattuto, ma la Lessinia era pur sempre l’ultimo baluardo prima della pianura, se gli austriaci avessero sfondato a Passo Buole, a soli 10 km in linea d’aria dalla linea difensiva veronese.

Il fronte era strutturato in 3 linee: marginale o dei ciglioni (più esterna); di resistenza o dei contrattacchi; linea di sbarramento. «Su questo fronte erano schierati 20.000 soldati e persone, a 1700 mt di quota, su 6800 m di trincea, lungo 10.800 m di sistema difensivo sulla Sinistra Adige». Numeri che confermano l’importanza di ciò che doveva essere una «barriera insormontabile per il nemico», come la definì la I Armata. Piazzole di tiro per obici di grande e medio carico, postazioni per mitragliatrici, gallerie, camminamenti. «Il sistema difensivo determinò una rivoluzione del territorio, con la costruzione di strade, ponti, acquedotti, linee telefoniche, ospedali, per opera di 3600 militari del Genio e delle milizie territoriali e 1500 civili “militarizzati” tra cui erano molte donne». E i morti non mancarono, soprattutto per le esplosioni delle mine.

La mancanza di finanziamenti regionali certo non fermerà l’entusiasmo degli alpini e di tutti coloro che volessero portare il loro contributo volontario alle opere della Grande Guerra nel veronese. La prospettiva è quella di sistemare in 10 anni tutti i capisaldi del sistema difensivo della Lessinia: Castelberto, Cima La Guz, Cima Mezzogiorno, Monte Sparaviri (Pozza Morta) S. Nazzaro, Vallone del Malera, Campo Levà di sotto. Il recupero ha l’obiettivo di creare un vero e proprio ecomuseo, «dove i passanti diventino consapevoli dei sentieri che stanno percorrendo».

Così, anche noi vorremmo portare il nostro contributo al ricordo. E saranno le fatiche, i dolori, le paure dei soldati che metteremo in luce. Anzitutto.