«Mi manca quella libertà»

Andò così. Cesare corse, batté sul trampolino e face il salto mortale stringendo tra le braccia il piccolo bambino ancora in fasce, in mezzo agli applausi calorosi del pubblico. Non si era mai vista una cosa simile. Almeno, non era così frequente vederla. Il “battesimo al circo” Cesare lo fece con tutti i suoi quattro figli e con la prima nipotina. Tra loro c’era anche Giancarlo.

«SI INIZIAVA COSÌ», ricorda oggi uno dei dieci più noti circensi del Novecento, «fin da piccoli si era in pista. Ci si faceva le ossa e si imparava presto». La vita del circense non era certo facile. Ma Giancarlo Cavedo la rimpiange ancora. «Ci si spostava sempre, ogni 2-3 giorni, e si viveva in roulotte». Si viveva a contatto con la gente, per le strade, in piazza. Sì,  perché è proprio nelle piazze che è nato il circo. Nell’Ottocento gli abitanti dei paesi lo vivevano come «l’arrivo di un sogno». Era la televisione di allora. Era divertente. E anche nelle città aveva il suo successo. «Se un salottiere entrava nel circo se ne innamorava», sottolinea Giancarlo, con la sua esperienza lunga 82 anni. Lui, uno dei 55 nipoti della terza generazione di circensi della dinastia Cavedo. Siamo nel 1884. E un giovane ventenne di nome Luigi Cavedo, in cerca di lavoro, si propone ai Saltimbanchi di “Nuto”, uno «zingaro di etnia sinti che andava per mercati, sagre, fiere». E continua Giancarlo, «era frequente allora trovare un impiego, anche solo temporaneo, presso il circo».

Fu allora che il giovane Luigi, originario di Cremona, conobbe Assunta Torri, figlia di Nuto e della sua seconda moglie Pasqua Massari, abbandonata da un seminarista di nome Paolo Giacobbe Orfei, dal quale aveva avuto due figli. Uno di questi, Ferdinando, era direttore del circo quando Luigi si presentò quel giorno. «Ecco dove era finito mio nonno. Si era inserito in un bel gruppo di saltimbanchi che stavano diventando validi circensi». Da loro, i Torri-Orfei, Luigi non si separò più. Oltre a divenire un valido artista, ne fu il segretario, dato che era l’unico ad avere frequentato le scuole. Luigi e Assunta ebbero 12 figli, uno dei quali fu Cesare, padre di Giancarlo. La vita, soprattutto fino agli anni Cinquanta, era difficile. «Si veniva pagati a camerata, se si lavorava con lo spettacolo, o a giornata, nei momenti di pausa». Ma a volte si pativa la fame. «Speriamo che stasera venga gente», erano state le parole della madre di Giancarlo un giorno del 1948. «E quella sera andammo in pista a stomaco vuoto, ma lo spettacolo per fortuna ebbe successo».

Chi nasceva nel circo finiva i suoi giorni nel circo. «Ci sentivamo tutti fratelli, eravamo una grande comunità». E chi non faceva l’artista seguiva altre mansioni. «È la praticità che ci ha sempre distinto». Perfino i militari agli inizi del Novecento erano andati a studiare il metodo con il quale i circensi erano in grado di spostare tutta l’attrezzatura e montare la struttura ogni due giorni.

GIANCARLO È STATO TRA COLORO che hanno seguito la strada dell’artista. Sperimentò dei numeri nuovi, perché era grazie a quelli che si poteva girare il mondo. «Un giorno fui chiamato dall’impresario Bernard Milis, direttore dell’Olimpia Theatre di Londra per il mio numero sulla scala». Era l’unico a farlo. «Ci sono dei numeri che sono cuciti sulla tua persona ed è impossibile che qualcuno li possa copiare». E in questo modo Giancarlo ha viaggiato dappertutto. Incontrando anche Maria Luisa, che nel 1966 divenne sua moglie. Lei, maestra, mollò tutto, e da “ferma” divenne una “dritta”. I primi tre anni percorsero con il loro “Circo clown” tutta Europa, in roulotte. Nacquero poi i figli. Maria Luisa li istruiva, alternandosi con gli istituti scolastici, che frequentavano nei vari paesi dove si fermavano.

Nel frattempo giunsero con il tendone a Legnago, dove conobbero la famiglia Giarola, con la quale nacque una forte amicizia. E fu proprio a Legnago che nel 1984 decisero di stanziarsi, per permettere ai figli di scolarizzarsi, mentre Giancarlo continuava a lavorare viaggiando. Dopotutto, qualcosa si stava trasformando nel mondo del circo, perché era anche la società ad essere profondamente cambiata. «Dei 55 nipoti, di cui 26 portavano il nome Cavedo, a proseguire nel mondo del circo erano rimasti pochissimi». Ormai tutto era diverso, ed ora ancora di più. Gli artisti oggi sono molto bravi. Inventano numeri che ai nostri tempi erano impensabili. «Ma lo spirito di un tempo, la spontaneità, si sono persi». E non è difficile pensarlo.

Le piazze sono state abbandonate, la gente comunica virtualmente. Le dinastie circensi contano ormai pochi discendenti diretti ancora attivi sulla pista. E alla famiglia circense si sono sostituite le scuole di circo. Tra le quali, secondo il signor Cavedo «quella di Verona è ancora la migliore al mondo». Il tono di Giancarlo, però, si è fatto nostalgico. Quello che gli manca di più? «La libertà! Eravamo liberi noi», ci confida l’artista. «Liberi di muoverci, di essere». Ma era una libertà con regole, ci tiene a sottolineare, diversa da quella a cui aspirano oggi i giovani. «La vita del circo mi ha insegnato a stare dritto, a non piegarmi mai». Una scuola di vita, che non manca solo a lui, ma a tutti noi.

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