Ristoratori restano chiusi, Vesentini: «Vogliamo lanciare un segnale chiaro»

«Il nostro settore è completamente a terra, servono aiuti concreti. Rinunciare alle entrate dei prossimi due giorni è un sacrificio, ma vogliamo che sia un segnale forte e chiaro per il Governo». Simone Vesentini, portavoce dei Ristoranti tipici di Verona, ci ha spiegato le ragioni che stanno dietro alla manifestazione simbolica e apolitica del 7 e 8 gennaio.

Simone Vesentini

Il Governo colloca l’Italia in zona gialla il 7 e 8 gennaio, dando così la possibilità ai ristoratori di aprire, anche se solo per un paio di giorni. Ma più che un aiuto, sembra una presa in giro. Venuti a conoscenza delle intenzioni della politica per domani e venerdì, un numero importante degli esercenti del centro storico di Verona, un centinaio, ha detto no di comune accordo, per lanciare un messaggio chiaro: «Non saranno questi due giorni a darci la boccata d’ossigeno fondamentale per tirare avanti, la situazione è troppo grave. Servono sostegni veri».

Ce lo ha detto Simone Vesentini, portavoce dei Ristoranti tipici di Verona e titolare di Osteria Caffè Monte Baldo, una delle attività che nei prossimi due giorni resterà chiusa. «La situazione del nostro comparto è devastante. Siamo completamente chiusi dal 24 dicembre, per cui ai debiti di prima si aggiunge la grossa perdita provocata dall’inattività imposta durante il Natale e le Feste, il periodo più importante dell’anno. Riaprire, anche se solo per due giorni, sarebbe stato sicuramente d’aiuto, perché comunque ce n’è di gente che si sposta in città. Ma il punto è un altro: riapriamo con la consapevolezza che poi dovremo ridare un giro di chiavi per altre due settimane. Una cosa del genere non è sostenibile».

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Questo il grido d’allarme che i ristoratori, con unione d’intenti, vogliono lanciare al Governo. La volontà di manifestare, in maniera totalmente apolitica e apartitica, si è originata direttamente dagli esercenti e ha poi trovato l’interesse e l’appoggio dei sindacati di categoria scaligeri.

«Restiamo chiusi per due ordini di motivi principali: innanzitutto, perché mettiamo al primo posto la nostra salute, quella dei collaboratori e dei nostri clienti. I ristoranti non sono focolai e non aumentano le probabilità di contagio: è stato sottolineato più volte e i dati lo dimostrano. Ma proprio per questo, siamo disposti a fare un ulteriore sacrificio, perché vogliamo che il segnale arrivi ancora più forte. In secondo luogo, perché si capisca davvero che il nostro settore è martoriato: tutti, l’horeca, i fornitori. Siamo a terra, per rialzarci servono aiuti concreti».