L’architettura elegante di Lorenzo Rosa Fauzza
Due sono i generici atteggiamenti verso l’Architettura, quello di una dimensione contemplativa dell’architettura monumentale storica oppure l’anonimato in cui versa gran parte dell’architettura contemporanea. Queste due dimensioni mettono in atto un diffuso disinteresse per la stessa, o un atteggiamento superficiale, senza che si abbia la consapevolezza che non si costruisce per estetica e che la bellezza appartiene ad una condizione dell’essere, dell’abitare. Oggi più che mai è importante che l’abitante sappia vedere come l’architettura abbia disegnato lo spazio della contemporaneità seguendo linee di valore e di attenzione per l’ambiente e di sostenibilità già da tempo.
Così, a cent’anni dalla nascita, recuperiamo la figura di Lorenzo Rosa Fauzza (1923-2008), un architetto di quelli noti a pochissimi addetti ai lavori, collaboratore di Carlo Scarpa e “Cicerone” nel suo viaggio in Italia (Roma e Venezia) di Frank Lloyd Wright, di quest’ultimo “discendente” nello stile e nei principi.






Ci sono architetti che prediligono la storia, chi la parte tecnica, chi quella stilistica, a pochi interessa l’uomo o la donna, la persona che sta dentro l’Architetto, il lato umano, la qualità della persona; così è dal racconto fatto dal fratello Paolo che delineiamo i tratti biografici di Lorenzo.
«Compie i primi studi universitari a Firenze nella facoltà di Ingegneria, ma rientra in famiglia pochi giorni prima della morte del padre. Per motivi di diversa natura deve rimanere in paese (Maniago, provincia di Pordenone) dove la situazione peggiora dopo l’armistizio, essendo stato inserito il Friuli nel litorale Adriatico sotto la giurisdizione tedesca e diventa luogo di scontri tra gli occupanti e i partigiani osovani. Si salva dai rastrellamenti perché viene assunto come disegnatore nella Todt, un’organizzazione di lavoro creata dai tedeschi per evitare che i giovani finissero nella Resistenza. Rimane in famiglia fino alla fine del conflitto dopo di che il ritorno alla normalità gli consente di iscriversi a Venezia ad Architettura. Conseguita la Laurea, ma non potendo l’economia del paese garantirgli in quei tempi la possibilità di esercitare in maniera adeguata la professione, riprende la strada per Verona dove apre il primo studio (1951) in lungadige Panvinio, poi nel 1966 in via Santini 13A in un condominio da lui costruito, infine una volta andato in pensione ha trasferito il suo studio nella casa di famiglia sempre da lui progettata, in strada dei Monti 10. Una persona elegante, corretta, con tutti anche con i committenti, fornitori, imprese, falegnami, idraulici, imbianchini, un gentiluomo. Non l’ho mai sentito alzare la voce, piuttosto ascoltare le varie motivazioni che potevano essere usate come suggerimenti».
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Questo sussurro, questo garbo si trova chiaro nelle sue architetture, ti avvolge senza prepotenza uno spazio misurato ed elegante, vero e naturale.
Al primo sopralluogo dell’abitazione privata sulle colline di Verona percepisci l’importanza della relazione tra architettura e natura, la fluidità degli ambienti tra dentro e fuori, le finestre come riquadri sul paesaggio per chi guarda da dentro, e sulla vita quotidiana di chi guarda da fuori: la casa è immersa nel verde su un promontorio.
Si scende dall’auto nel cortile prospiciente e a un sguardo veloce vengono in mente particolari che già si conoscono: una maniera di muovere le altezze, di usare i materiali che torna nella memoria; ci accolgono le figlie dell’architetto, Letizia, Michela e Marica, emozionate.
Da tempo, la promessa di andare a vedere lo studio, i disegni, il materiale personale conservato dalla famiglia e quella casa, col desiderio di un riordino, di una pubblicazione. Entriamo in punta di piedi, come in un luogo sacro, e già si è sedotti dai muri che si muovono in verticale ed orizzontale, le porte composte da massicce liste di legno, di un colore, un’essenza che oggi si fa fatica ad avere, le maniglie, il corrimano della scala, dello stesso legno, che gira tagliando il materiale in piccoli quadrati e rettangoli a spigolo vivo che confondono ogni curva, la scompongono.
Si apre la porta dell’abitazione dell’Architetto e l’emozione prende il sopravvento, sembra di tornare indietro all’Università, ad una lezione di storia dell’architettura, ma ci sei dentro.






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A terra, una distesa di ardesia a correre, come carbone uscito dal camino, come lava, si diffonde in tutta la parte giorno che intravedi da prospettive pensate, mentre nella parte notte una moquette dello stesso tono mélange scuro, serve per attutire i passi notturni e sottolinea la diversa funzione degli spazi. Se non fosse sconveniente vien voglia di togliersi le scarpe per sentire la ruvidità sotto i piedi, come camminare sulla roccia, si avanza come bambini che hanno scoperto l’isola dei pirati e il suo tesoro; squarci, viste si aprono lentamente dopo un iniziale smarrimento con profili e arredi fatti dello stesso legno delle porte, una foresta. E dalla natura tutti i toni di verde nelle ceramiche dei bagni di fattezza bassanese su disegno dell’Architetto, di una bellezza e di una modernità impressionanti.
Nel soggiorno che si apre ad accogliere, in fondo il camino (dalla terra al fuoco), disegnato apposta, come se uscisse dal muro tra due finestre che si muovono come i muri, luci ed ombre, rientranze e sporgenze verso il paesaggio che entra prepotente, con una vista dall’alto come ci fosse il mare, quello di una Valpolicella che si distende pronta per essere amata. E ancora camini come fulcri, tutti diversi, sono in ogni spazio collettivo della casa, quell’origine friulana del “fogolar”.
Poi i particolari, gli arredi che sono architetture dell’architettura, righe che sottolineano una narrazione unica, e ancora altezze diverse, anche in verticale rientranze e sporgenze dove le pareti diventano sculture dello spazio che sottolineano con il pieno il vuoto, lo spazio dell’abitare. Ed eccola lì l’architettura che ti viene in mente, quella di Frank Lloyd Wright (1867– 1959), Casa Robie, la casa sulla Cascata, che si impastano con Palladio, e con Scarpa.
Di quest’ultimo è stato collaboratore, tanto che gli fece fare da “Cicerone ” a Wright (e figlia) quando venne in Italia, Roma e Venezia: non molti al tempo sapevano l’inglese, e lui era stato per alcuni anni in America, ma anche a Colonia dove ha imparato il mestiere nello studio di architettura di quello che sarebbe divenuto suo suocero.
Molti colleghi sono stati suoi allievi, ma Verona lo ha dimenticato per molto tempo. Non lo ha dimenticato il suo collaboratore Giancarlo Migliorini: «ll risultato di tutto il suo lavorare e progettare, lo si può vedere condensato nell’intervento dell’edificio nel quale poi ha abitato sulle colline, a San Dionigi, seguendo con passione e precisione ogni minimo dettaglio, dai serramenti ai mobili al pavimento alle maniglie delle porte senza trascurare il verde e la parte esterna che circonda l’edificio con un personale stile rielaborato dalle indicazioni del suo Maestro, l’architetto americano pioniere dell’architettura organica, Frank Lloyd Wright. È stato un uomo pacato – continua Migliorini – lontano dagli “eccessi e dai rumori” che spesso ci sono attorno, insomma un professionista serio ed educato. Del suo lavoro non era mai soddisfatto. Nel suo impegno come architetto ha spaziato da lavori di arredamento di abitazioni, a quello di negozi, da edifici industriali a edifici religiosi, ville per privati, dal disegnare mobili a vetrate istoriate e anche a scoprire artigiani-artisti poco conosciuti. Dalla Fabbrica Abital, alla chiesa del Sacro Cuore, al Palazzo in via XX Settembre, alla villetta al Chievo e tanto altro, architetture eleganti e schive, ma imponenti e meravigliose, come era lui. Elegante».
Il nome di Lorenzo Rosa Fauzza deve echeggiare nel segno di una ritrovata bellezza dell’architettura veronese, di una Verona ancora nascosta, questo solo un assaggio.
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