Il volontariato nel post-pandemia sarà più giovane e flessibile

Fevoss, Federazione dei servizi di volontariato sociosanitario, ha organizzato lo scorso sabato un convegno per discutere sul futuro del volontariato, obbligato a rinnovarsi in seguito alla crisi economica e pandemica.

FEVOSS
Una foto del convegno di sabato

Cosa ha portato la pandemia al volontariato e cosa può dare il volontariato nel dopo pandemia? Sono le domande a cui ha cercato di rispondere il convegno «Il volontariato nel post-pandemia -. Dall’emergenza alla nuova quotidianità», organizzato da Fevoss, la Federazione dei servizi di volontariato sociosanitario per riflettere sul presente e il futuro del volontariato. La crisi sociale ed economica causata dal Covid-19, infatti, obbliga anche il volontariato a rinnovarsi per rispondere ai nuovi bisogni della comunità e alle ulteriori disuguaglianze emerse nel corso della pandemia, per affrontare le quali al Terzo settore serve un approccio più inclusivo e innovativo.

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«L’elemento più macroscopico emerso negli ultimi mesi è l’eccezionale risposta giunta dai giovani di fronte alle necessità di dare una mano nel pieno dell’emergenza pandemica -, spiega Giancarlo Montagnoli, presidente di Fevoss -. Nel nostro caso, in pochi giorni abbiamo reclutato 90 nuovi volontari da impiegare per l’accoglienza nell’hub vaccinale della fiera: tra questi molti giovani, anche universitari, che si sono messi a disposizione, come accade sempre nelle situazioni di crisi. Il difficile è invece coinvogerli nei servizi “di routine”. La sfida delle associazioni di volontariato è trasformare questa disponibilità all’emergenza in una disponibilità nella quotidianità».

Il punto di partenza per impostare questa strategia è certamente una riflessione sulle disuguaglianze, che la crisi economica e sociale causata dal Covid non ha fatto che accentuare. «La pandemia non ha colpito tutte le fasce sociali allo stesso modo», conferma Maurizio Carbognin, presidente dell’Osservatorio sulle disuguaglianze di Verona. «Sono cresciute in generale le marginalità estreme così come gli utenti delle mense dei poveri, dove si sono visti più italiani e più giovani. È aumentata anche la disuguaglianza in tema di accesso ai servizi sociosanitari: le strutture ospedaliere si sono trasformate in presidio anti-Covid, lasciando in secondo piano le altre patologie. Chi ha potuto permetterselo si è rivolto a strutture private, gli altri sono rimasti senza cure. Tanto che la speranza di vita è diminuita di un anno. In parallelo, è aumentato enormemente il disagio psichico, rispetto al quale la risposta del territorio è insufficiente. Infine, c’è un’area grigia che la pandemia rischia di far precipitare: mi riferisco agli anziani impoveriti e ai lavoratori: è vero che l’occupazione ora è in ripresa, ma solo per i contratti a termine, il che causa un alone di precarietà. È nostro dovere comunicare alla città questi nuovi bisogni e cercare associazioni che ci aiutino a farvi fronte. Anche perché il volontariato è socialità, proprio quella che era stata frantumata dalla pandemia».

Tanto più che l’emergenza sanitaria ha colpito al cuore uno dei punti di forza del volontariato veronese, così fortemente radicato nei quartieri e nelle parrocchie: «la prossimità di rapporti e relazioni. Dovendo stare forzatamente lontani per mesi anche la forza solidaristica è rallentata», ricorda Don Carlo Vinco, Garante dei detenuti del carcere di Montorio. «Ora speriamo davvero possa riemergere, in risposta ai bisogni più recenti emersi in questi mesi: per gli anziani non autosufficienti, per esempio, nelle case di riposo sono proseguite cura e assistenza, ma il Covid ha spazzato via tutte le belle idee cresciute negli ultimi 20 anni con il coinvolgimento delle associazioni in tema di visite e animazione».

Ma come sarà, quindi, il volontariato nel post-pandemia? «Dovrà reinventarsi, pur mantenendo fede ai valori, come ha dimostrato di saper fare nella pandemia», conclude Roberto Veronese, presidente del Csv di Verona, «cogliendo la sfida del ricambio generazionale con nuove campagne di “people raising” che tengano conto della necessità dei volontari di operare con tempi diversi e flessibili, in base a come si è evoluto il mondo del lavoro, e con attività più specifiche che offrano anche per i giovani opportunità di socialità, confronto e stimolo. Inoltre dovrà crescere nelle esperienze di rete nuove e già presenti con tutti i soggetti della società».

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