Dichiara Roberto Filippini, medico sportivo dell’Istituto Sacro Cuore Don Calabria: «L’unica giustificazione che si può dare (di fronte al blocco dell’attività sportiva) è che tutte le società e le federazioni sportive hanno emanato dei protocolli che hanno inviato alle singole società».

«Esistono protocolli ben stabiliti nello sport dilettantistico che disciplinano correttamente gli obblighi che ogni singola società deve mettere in atto ai fini di prosecuzione dei campionati: noi, come centro Don Calabria, con cui collaboro e che gestisco, per questo tipo di sport amatoriali abbiamo adottato dei protocolli abbastanza severi seguendo le normative nazionali».

«È logico che in uno sport di contatto non può esserci il distanziamento sociale, ma attuiamo il controllo della temperatura corporea all’ingresso, il divieto di entrata in campo o negli spogliatoi per le persone con una temperatura superiore a 37,5».

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Prosegue Filippini: «Avevamo anche un controllo nella contingentazione degli spogliatoi – anche questo è stato motivo di discussione con altre società, perché prima dell’entrata in vigore di questa nuova normativa vietavamo l’uso degli spogliatoi: raccomandavamo che le persone entrassero già vestite da calcio/calcetto perché gli spogliatoi servissero solo come appoggio delle borse, che venivano mantenute così in un luogo isolato. È logico che tutti questi sono posti di contatto e noi abbiamo anche avuto alcune proteste per questo comportamento, che intendeva tutelare la salute di tutti».

Sulla possibilità di contrarre il virus, Filippini commenta: «Da quanto emerge, visto che prendiamo come riferimento il calcio professionistico che ha dei protocolli molto rigidi, nel mondo del calcio c’è la possibilità che si possa manifestare questa infezione, anche se in maniera del tutto asintomatica. Ed è logico che, in uno spogliatoio o tramite il contatto fisico in una squadra, sta a significare che la diffusione del virus in un ambiente chiuso quale può essere uno spogliatoio è ad alto rischio. Se guardiamo al mondo professionistico, posso dire che c’è il rischio di positività; un vantaggio è che, essendo i giocatori giovani e di buona salute, fino ad adesso non abbiamo avuto nessun caso grave che abbia portato un ricovero ospedaliero o che abbia comportato effetti collaterali come la polmonite».

«Da quello che ho letto, il Ministero della Salute, in associazione con l’Istituto Superiore di Sanità e in collaborazione con le regioni, ha stabilito i protocolli e i vari gradi di rischio della contaminazione in rapporto a quella che è la contagiosità. Pertanto, ci sono tutta una serie di provvedimenti, e questo DPCM è il primo, in cui se l’RT ha un aumento superiore all’1, 1,2, 1,3,  si mettono in atto provvedimenti di restrizione».

«Il nostro premier dice che al lockdown non si arriva, però potrebbe essere che si arrivi a lockdown contingentati a determinate zone in cui c’è un rischio elevato. Per quanto riguarda il mondo dello sport, se dovesse diffondersi così tanto la malattia o la contagiosità del virus, è logico che si arriva a un punto in cui bisogna interrompere il campionato: se una società non è in grado di mettere in campo i giocatori, perché sono tutti in isolamento domiciliare, si ha anche una irregolarità del campionato stesso».

Filippini chiude il suo intervento mettendo a confronto la passata stagione calcistica e la nuova da poco iniziata: «Quando è ripreso il campionato dopo la pandemia di marzo-aprile, si era parlato anche di chiudere quelle 12 partite che mancavano facendo una bolla, e in quel caso c’era stata una ribellione da parte dell’Associazione Italiana Calciatori che si era rifiutata di fare un ritiro prolungato lontano dalle famiglie per un mese e mezzo. Adesso siamo all’inizio di campionato, e dovremmo andare avanti in questo modo fino a maggio/giugno, per sette mesi, e mi sembra che sia una cosa improponibile».