Il mondo del lavoro, già non troppo dinamico nel 2019, quest’anno, con il diffondersi della pandemia da Covid e il conseguente lockdown, ha subito un contraccolpo non indifferente. Con le aziende spesso rimaste chiuse e, quindi, in perdita, i dipendenti sono stati messi in smartworking o in cassa integrazione, mentre i licenziamenti sono stati bloccati dal Governo a partire da marzo. Un provvedimento necessario per tutelare i lavoratori che è stato prorogato fino al 31 dicembre 2020, salvo ulteriori proroghe. Di questa tematica abbiamo parlato con Stefano Facci, segretario generale di CGIL Verona, che è intervenuto stamattina ai microfoni di Radio Adige Tv.

«In questi mesi ci siamo prodigati a gestire le difficoltà dei lavoratori. Non possiamo nascondere che abbiamo dei settori che sono devastati dall’emergenza, mi riferisco al turismo e al commercio, che hanno segnato per la provincia di Verona i dati peggiori forse anche della Regione Veneto. – ha detto Facci – Siamo di fronte alla necessità di operare a tutela di questi lavoratori con la richiesta di quelli che sono i dovuti sostegni: abbiamo utilizzato tutti gli ammortizzatori sociali e sappiamo che il nuovo Dpcm prevede l’allungamento di altre 18 settimane per quanto riguarda questo necessario strumento per i lavoratori. Abbiamo anche chiesto il blocco dei licenziamenti, un provvedimento che consente di utilizzare gli strumenti conservativi per evitare quella che potrebbe essere una desertificazione dei posti di lavoro».

Sulle manifestazioni e, in particolare, quella di oggi pomeriggio dedicata ai metalmeccanici e agli alimentaristi: «Le proteste seguono quelli che sono i momenti più difficili ed emergenziali per chiedere una maggiore attenzione e occupazione. Lo abbiamo fatto anche in piazza Bra unitariamente, CGIL, CISL e UIL, per dire che serve un nuovo modello di sviluppo. Oggi pomeriggio vogliamo chiedere il rinnovo dei contratti nazionali: siamo in una situazione di emergenza, il nostro è un Paese esportatore e siamo in difficoltà per il crollo dell’export e riteniamo che il primo passaggio per sostenere la produzione sia quello di aumentare i consumi interni e quindi ridistribuire risorse ai lavoratori perchè possano spendere. Questo è un compito che spetta ai contratti nazionali».

Focus, poi, sul blocco dei licenziamenti, per il quale i sindacati chiedono una proroga oltre il 31 dicembre 2020: «È chiaro che è una situazione ancora in valutazione e la dichiarazione generale è che non ci sottrarremo a nessuna iniziativa necessaria a sostenere quelle che sono le richieste del sindacato, quindi si paventano già eventuali mobilitazioni. Noi pensiamo che ci sia un doppio binario: da una parte l’utilizzo degli ammortizzatori sociali e dall’altra la difesa dei posti di lavoro. Il rischio è che oltre a quello che è già successo, parlo delle decine di migliaia di posti di lavoro persi solo nel Veneto, rischiamo di perdere molto altro».

Stando poi al Dpcm di ieri sera, il Governo chiede alle aziende di portare la quota di persone in smartworking dal 50 al 75%. Una scelta condivisa dal sindacato, ma che, secondo Facci, necessita di regole: «Lo smartworking in questa fase è letteralmente esploso. Siamo di fronte a una situazione inedita che ha costretto tutti, anche il sindacato, a operare in questa modalità. È chiaro che è uno strumento che necessita di essere fortemente attenzionato. In alcuni casi le possibilità di accedere a questa modalità di lavoro apre una serie di tematiche, tra cui quella delle tutele per questa forma di lavoro, come la necessità di verificare se c’è un luogo adeguato, mentre spesso questo smartworking è un lavoro da casa. Per molti lavoratori e lavoratrici questo va a impattare sulla vita famigliare. Perciò non vorremmo che questo strumento importante e indispensabile rischi di diventare discriminatorio. Quindi bene lo smartworking, ma c’è la necessità di andarlo a regolare per via contrattuale diventa indispensabile».