Strage di Bologna, quando Verona perse Davide Caprioli

In queste ore l’assessore Marco Padovani, accompagnato da tre agenti della polizia municipale, è a Bologna in occasione del 37esimo anniversario dal sanguinario attentato.

 

Esplose il 2 agosto del 1980, alle ore 1o.25, quella bomba  maledetta che spezzò la vita di 85 persone, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna entrata con forza nella storia.

200 i feriti, infinite le speranze e gli amori accartocciati sotto il peso di quello scoppio violento che provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.

Lasciò una scia di sangue terribile la miscela di tritolo e T4 che di fatto decise i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.

La vittima più piccola fu Angela di soli tre anni, con la madre Maria Fresu stava partendo per una breve vacanza sul lago di Garda.

Rimane meta costante di ogni pellegrinaggio di dolore la lapide che reca tutti quegli incroci di nomi che non si conobbero in vita ma che ora condividono la pietra  nella sala di attesa del binario 1. C’è anche lui, Davide Caprioli, giovane veronese di appena vent’anni. Morì in quel giorno rovente e ignobile. Dal 1980 la sorella Cristina porta avanti il suo ricordo, il ragazzo che era e quello che fu.

Staffette solidali, un sito internet e pure un impegno costante perché anche il ricordo più tragico può essere ingoiato dal tempo che passa.

Un’email commovente riposa da giugno sulla pagina web dedicata a Davide. Indirizzata a Cristina, l’ha scritta una donna che che non conobbe nulla di quell’inferno, ma mantiene fedele il ricordo.

Quella non diventerà mai solo una fredda lapide con dei nomi, finché qualcuno continuerà a raccontarne la storia.
Da quando ho conosciuto Cristina lo faccio con più consapevolezza ancora.
Ho sorriso a una bambina che chiedeva alla mamma, in inglese, che cosa stavo facendo e che cos’erano quei nomi. Ho sorriso al custode della sala d’attesa, che aveva gli occhi lucidi quanto i miei. E’ una carezza che non lenisce un abisso di dolore, lo so. Ma sappiate che c’è una persona – e ce ne sono tante, ne sono sicura – che quella memoria ce l’ha scritta nella carne, anche se avevo appena tre giorni di vita quando Davide perdeva la sua.

Silvia