Parigi, 48 ore dopo

Gli attacchi dello scorso venerdì hanno scosso le menti e i cuori di tutto il mondo. E l’Europa che trema ritrova se stessa fragile e impaurita, eppure unita e coraggiosa.

48 ore sono poche, forse troppo poche, per riuscire anche solo ad abbozzare una spiegazione di quello che è successo a Parigi venerdì 13 novembre. Quello che è doveroso fare invece è mettere ordine tra le mille informazioni, le chiacchiere a vuoto e i troppi post su Facebook, i titoli di giornali inopportuni e i commenti dei politici, per riuscire – questa è la speranza – a comprendere meglio.

La notizia di oggi è l’arresto di Salah Abdeslam, uno dei presunti terroristi degli attacchi di venerdì notte, nel quartiere Molenbeek di Bruxelles. La polizia belga non ha ancora confermato la notizia che da questa mattina rimbalza su tutti i media belgi e internazionali.

Le indagini degli investigatori francesi ovviamente continuano senza sosta. Quello che finora sappiamo, secondo le rivelazioni pubblicate da La Repubblica, è che la cellula che ha organizzato i molteplici attentati a Parigi venerdì scorso era composta almeno da dodici persone, nove di questi sarebbero appartenenti al commando che ha compiuto le strage. Due sarebbero i terroristi in fuga.

129 i morti accertati finora. Un altro centinaio abbondante di feriti. Una cicatrice nel volto dell’Europa, insopportabile ed estremamente tangibile, non quantificabile nel numero di cadaveri sulle strade di Parigi, ma piuttosto nel terrore sordo che annebbia i cuori di tutti gli europei. E non solo.

L’ISIS è arrivato in casa nostra solo dopo aver esportato la sua campagna di morte in altri luoghi, più lontani e forse nascosti, perché è come se non ce ne fossimo accorti: qualche settimana fa è stato abbattuto un aereo di turisti russi sul Sinai (i morti sono stati 224), di pochi giorni fa, invece, l’attentato in un mercato a Beirut, in Libano. Non c’è stato troppo rumore al riguardo.

Solo dopo la macchina di morte firmata ISIS è arrivata in Francia, in Europa, da noi. E allora, ce ne siamo accorti.

«Viviamo in un’epoca in cui piangiamo le vittime di un nuovo tipo di guerra», ha detto il presidente della Repubblica federale tedesca Joachim Gauck. «Vittime di terroristi che in nome di un fondamentalismo islamista chiamano alla lotta contro la democrazia, i valori universali e i musulmani che non seguono la loro ideologia barbara. Coloro che commettono questi atti o li giustificano devono sapere che la comunità dei democratici è più forte dell’internazionale dell’odio».

E se è la Francia ad esser stata squarciata nel modo più brutale, anche l’Italia avrà le sue lacrime da asciugare: è stata infatti confermata, purtroppo, la morte di Valeria Solesin, giovane studentessa veneziana a Parigi per studio, che ha perso la vita nel teatro Bataclan.

Laura Boldrini ha commentato al riguardo: « La morte di Valeria Solesin aggiunge, se possibile, altro dolore alla tristezza enorme per le stragi di Parigi. Una giovane donna italiana cittadina d’Europa, che era in Francia per studiare, impegnata nel volontariato. Anche nel suo nome vogliamo confermare che i terroristi assassini non l’avranno vinta, non ce la faranno a scalfire i valori di libertà, di giustizia, di cultura, di dialogo che sono alla base della civiltà europea»

48 ore non bastano proprio per capire, per darsi una ragione, né per darsi pace.

Ma è da questo ammutolire davanti al dolore che si deve ripartire: con la speranza. E la speranza è quella che viene da una delegazione di imam, che in un Parigi ancora attonita, ha reso omaggio alle vittime della strage del Bataclan pregando per alcuni minuti davanti al teatro. Alla presenza di centinaia di parigini che in queste ore affollano il luogo dell’attacco terrorista, gli imam hanno intonato la Marsigliese.

Ed è quella che viene  da Zouheir e Safer, entrambi mussulmani ed entrambi eroi, che venerdì hanno fatto la differenza, il primo, guardia di sicurezza allo stadio, sventando un attacco, e l’altro, cameriere in uno dei locali presi di mira, aiutando due donne coinvolte negli assalti.

E, più di tutto, è quella che viene da tutto il popolo francese e da quei cittadini di Parigi che nella notte di venerdì hanno lanciato l’hashtag #porteouverteporta aperta, per offrire riparo alle persone che si trovavano ancora in strada. Perché in certi momenti aprire le menti, e i cuori, e le porte chiude la strada alla paura.

48 ore sono sempre poche per riflettere, ma in questo gesto gratuito e bellissimo si vede molta più intelligenza, molta più bellezza, molto più futuro che in qualsiasi invocazione alla vendetta che negli ultimi giorni hanno avvelenato le nostre vite.