Brexit, a rischio 3,5 miliardi di esportazione made in Veneto

Oggi è il giorno del “remain or leave”, il referendum con cui i cittadini del Regno Unito decideranno se restare o meno nell’Unione Europea: ma quali sarebbero le conseguenze per Verona e il Veneto se il Regno Unito lasciasse l’UE? Confartigianato ha raccolto i dati e stilato i pro e i contro della Brexit.

È arrivato l’atteso e temuto giorno del “remain or leave”, il referendum con cui i cittadini del Regno Unito voteranno per la loro permanenza nell’Unione europea: Confartigianato fa i conti dell’export scaligero e veneto con il Paese d’Oltremanica e mette sulla bilancia i pro e i contro della cosiddetta Brexit.

«L’Inghilterra è il terzo mercato di sbocco per le esportazioni del Veneto – spiega Andrea Bissoli, Presidente di Confartigianato Verona –. Per quanto riguarda la nostra provincia, l’export verso il Regno Unito nel 2015 ha raggiunto un valore di 619.005.601 euro, corrispondenti al 17,9% del totale delle esportazioni venete; nel primo trimestre 2016, invece, siamo già a 153.383.782 euro, corrispondenti ad un notevole 19,2% dell’export regionale diretto verso l’Inghilterra. Questi dati suggeriscono l’ipotesi che l’uscita dalla Ue potrebbe mettere un freno ai 3,5 miliardi di esportazioni venete annue (dato 2015). Ovviamente, non ci sono certezze in questo senso, non esistono elementi sicuri per dichiarare, ora, che verremmo realmente bastonati sul fronte dell’export. Anche le valutazioni dell’Ocse, che individuano l’impatto della Brexit sulla domanda di importazioni pari al 9,4% per i beni intermedi e al 9,7% per i beni di consumo, si limitano ad una stima, secondo la quale la vittoria dei ‘leave’, domani, potrebbe determinare 727 milioni di euro di minori esportazioni italiane nei settori a maggiore concentrazione di Micro e Piccola Impresa. Quello che è certo, invece, è che far parte di un mercato unico facilita gli interscambi e che i contraccolpi immediati della Brexit potrebbero essere pesanti. L’effetto psicologico, i rischi di un periodo difficile per il potere di acquisto degli inglesi e le inevitabili turbolenze sui mercati finanziari e monetari, con una sterlina sotto stress, inciderebbero non poco sui flussi delle merci».

Attualmente le esportazioni della nostra regione sono per la maggioranza (60,5%) destinate ai 28 Paesi dell’Ue e, con la vittoria dei “leave”, la quota di made in Veneto destinata ai Paesi extra Ue passerebbe dall’attuale 39,5% al 45,3%, sommandosi il 5,8% del Regno Unito. Negli ultimi dodici mesi (aprile 2015-marzo 2016) il Veneto ha esportato nel Regno Unito beni e servizi per 3.460 milioni di euro: una quota di mercato in costante espansione. I settori con maggiori vendite sono: quello delle Macchine ed apparecchi NCA con 523 milioni di euro esportati nel 2015, seguito dalle bevande (vino in particolare) con 399 milioni e da Prodotti di altre industrie manifatturiere con 297 milioni, Articoli in Pelle con 251 milioni e mezzo, e l’Abbigliamento con 266 milioni.

Questi primi cinque settori rappresentano oltre la metà delle nostre esportazioni oltre Manica (51,6%). «Le conseguenze negative sulle esportazioni colpirebbero soprattutto il Nord Est – è la posizione di Luigi Curto, Presidente di Confartigianato Imprese Veneto -. L’analisi per territorio mostra che la regione con la maggiore esposizione nei settori di MPI sul mercato del Regno Unito – valutata come incidenza percentuale delle esportazioni manifatturiere dei settori a più alta concentrazione di MPI sul valore aggiunto del territorio – è il Friuli-Venezia Giulia con l’1,22%, media nazionale dello 0,52%, seguito dal Veneto con l’1,12%, dalla Toscana con lo 0,96% e dall’Emilia-Romagna con lo 0,94%».

«Un’identità comune europea sarebbe auspicabile – conclude il veronese Bissoli -, anche assieme al Regno Unito. Certamente, un altro auspicio sarebbe un’Unione Europea diversa, meno burocratizzata, più coesa sul piano politico e amministrativo, come accade negli Stati Uniti con gli i suoi stati federali. Varrebbe dunque la pena restare nell’Ue, non per accettare lo status quo, ma per lavorare dall’interno a cambiare ciò che non funziona».

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