Amedeo Balbi, la scoperta della semplicità

A Verona, il 26 ottobre scorso, in occasione del ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Campostrini, La scienza e il futuro della Terra. Dal bosone di Higgs all’esplorazione dello spazio, l’astrofisico e divulgatore scientifico Amedeo Balbi racconta la sua ricerca sulle origini del cosmo.

di Federica Lavarini

L’esplorazione dello spazio ha compiuto un percorso punteggiato da pietre miliari che rimarranno per sempre nella storia dell’umanità e nella mente di chi le ha vissute. È il 20 luglio 1969 quando per la prima, e ancora unica volta, l’uomo arriva sulla Luna, il punto di riferimento astronomico più familiare ai nostri occhi. Dopo di allora, in meno di cinquant’anni, l’umanità è arrivata all’esplorazione del pianeta Marte grazie al Land Curiosity (2012), alla conferma dell’esistenza del bosone di Higgs (2012) e alla rilevazione delle onde gravitazionali (2015). Se atterrare su Marte rappresenta, a livello di percezione, una sorta di continuazione di quanto si era lasciato nel 1969, l’importanza del bosone di Higgs e delle onde gravitazionali è forse meno comprensibile a molti per l’estrema complessità di fondo.

A grandi linee si può dire che la fisica da teorica, con la Teoria della relatività generale di Albert Einstein (1915), ha avuto una conferma “pratica” quando le onde gravitazionali sono state rilevate (2015) e confermate (2016), così come la teoria del 1962 del fisico Peter Higgs ha trovato conferma al CERN di Ginevra. Le date sono importanti per capire come vi siano menti geniali capaci di dettare lo sviluppo delle imprese scientifiche dei secoli successivi e come, allo stesso tempo, forse mai come ora si sia in grado di portarle a compimento in un tempo così breve: cento o cinquant’anni non sono ora così tanti se pensiamo che i primi segnali della nascita dell’Universo risalgono a 400mila anni fa.

Nelle ultime due ultime scoperte, gli scienziati italiani hanno avuto un ruolo di primo piano con Fabiola Gianotti per il bosone di Higgs e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) per le onde gravitazionali. Il 26 ottobre scorso la Fondazione Campostrini ha ospitato Amedeo Balbi, ricercatore all’Università di Roma “Tor Vergata”, la cui attività scientifica ha avuto un ruolo cruciale nello studio delle radiazioni cosmiche di fondo, ovvero onde gravitazionali. Una persona di cui l’Italia va fiera nel mondo. Amedeo Balbi ci regala una chiacchierata prima del suo seguitissimo intervento.

Qual è stato il momento più bello della sua vita come ricercatore?

In genere, la vita di un ricercatore ha un andamento abbastanza costante, tra momenti di frustrazione e fatiche non ripagate: ma fa parte del mestiere dello scienziato. Ogni tanto, però,  capita di intravedere un frammento del funzionamento dell’Universo. È andata così per me, quando ero ancora studente di dottorato all’Università di Berkeley, dove ho lavorato sull’esperimento MAXIMA. Qui abbiamo scoperto qualcosa che fino a quel momento non si era capito: che l’Universo ha una geometria semplice, ovvero è sostanzialmente piatto.

Come spiegherebbe a un giovane l’importanza della scoperta delle onde gravitazionali?

Lo coinvolgerei per fargli capire che si tratta di una scoperta epica. Non immagino impresa umana così vasta, che coinvolge diverse generazioni lontane fra loro nel tempo e nello spazio. Si tratta di una delle scoperte umane più belle e interessanti che ci siano mai state e, spesso, è proprio nel campo scientifico che tali scoperte avvengono. C’è poi la bellissima Teoria della relatività di Einstein, pensata cento anni fa e che sembra aver già detto tutto, ma su cui noi scienziati continuiamo a lavorare: forse ci piacerebbe trovare qualcosa da migliorare, ma per ora Einstein non ha eguali.

Che cosa ha cambiato per l’umanità l’atterraggio su Marte?

Marte è il pianeta che conosciamo di più, grazie al quale possiamo capire anche quanto la Terra sia un posto speciale, quante cose sono dovute andare nel verso giusto per avere un pianeta come quello su cui poggiamo i piedi.