Un maniscalco senza macchia e senza paura

Da quando aveva 14 anni Charlie, ovvero Carlo Scattolo, trentacinquenne di San Benedetto di Lugana, si dedica ai cavalli. Dopo le esperienze come cavaliere per spettacoli medievali, istruttore e stuntman (anche sul set di Elisa di Rivombrosa), ha deciso che la sua strada era, ed è, l’antica arte della mascalcia.

In un mondo caotico sempre alla ricerca di svago tecnologico e virtuale c’è chi, invece, vuole e riesce a vivere fuori, come Charlie che, ora è, tra l’altro, in procinto di diventare padre della sua quarta figlia femmina. È un ragazzo dalle idee chiare che ha smesso di essere competitivo, per abbracciare ritmi di vita più tranquilli. Gira le vallate veronesi, la provincia e le regioni del Nord, per ferrare i suoi amati cavalli, animali che lo appassionano fin da quando è piccolo. Il suo caro amico Gigi, («uomo di cavalli d’altri tempi» secondo Carlo), lo ha soprannominato, una ventina di anni fa, durante uno dei suoi pomeriggi nelle scuderie di Canevaworld, Charlie. Da allora questo nome è diventato parte di lui e del suo mestiere di maniscalco.

 Com’è cominciato il suo amore per i cavalli?

Sono nato tra i cavalli: i miei nonni li avevano, ed è stato subito amore. Ho smesso di andare alla scuola agraria a 14 anni, dopo soli quattro mesi, perché era inutile stare sui banchi se il pensiero era verso il mondo del cavallo. Papà Fabio e mamma Bruna mi dicevano: «Vedrai che tornerai a studiare…» si sbagliavano! Ho sempre, comunque, cercato di conoscere e imparare tutto quello che ruota attorno a questo animale.

 Cosa ha imparato?

La passione per il ferrare è nata con calma. Ho iniziato come stalliere, poi, per quattro anni, ho fatto spettacoli nel Medieval Times del Caneva, costruito interamente da mio papà fabbro. Una cosa che nessuno sa è che ho fatto pure lo stuntman per alcune scene a cavallo della serie televisiva Elisa di Rivombrosa. Poi ho continuato con l’addestramento e il lavoro da istruttore nel maneggio di mia proprietà che poi ho chiuso. L’attività di maniscalco l’ho appresa da alcuni maestri. Da sei anni è diventata il mio lavoro che mi permette, ogni giorno, di girare tra scuderie e privati.

 In che cosa consiste il suo lavoro di maniscalco?

Per ferrare bisogna conoscere perfettamente la podologia equina. Nel piede c’è una parte di crescita e una parte viva; si lavora sulla prima applicando i chiodi e facendo attenzione alla sezione interna; infatti, se si taglia di più o si mette il chiodo nel punto sbagliato, si può fare male al cavallo. Gli attrezzi più importanti sono: l’incudine per modellare il ferro, la forgia per scaldarlo e plasmarlo più facilmente, poi raspe per pareggiare lo zoccolo e tenaglie per tagliare le unghie. Il lavoro dura circa un’ora, un’ora e mezza, a seconda della bravura del cavallo.

 Trova spesso cavalli impegnativi?

Mi chiamano spesso per cavalli difficili ma so che la pazienza risolve ogni problema. Negli anni ho preso qualche morso e calcio, ma se sei capace e hai un’ottima conoscenza dell’equino, è difficile farsi male. Se l’animale è stressato, puoi anticipare alcune reazioni. La cosa importante è saper leggere il suo linguaggio, andando per gradi e abituandolo alla ferratura. L’esperienza negli anni mi ha permesso di far capire alle persone che bisogna cercare di adattarsi al cavallo e “interpretarlo” per riuscire ad instaurare, successivamente, sicurezza e fiducia reciproca.

 Com’è la mentalità in Italia nei confronti della natura?

Quando sono stato in Scozia, mentre mi dirigevo verso il Monumento a William Wallace, ho scorto dei ragazzini di 10 anni a cavallo, senza adulti, nelle piste dedicate, vicino alle strade. In Italia, invece, il cavallo è al pari di un ciclista: riceve colpi di clacson se non si sposta velocemente.