Oltre 3,5 milioni di italiani hanno rinunciato a cercare lavoro

Nel 2020 il totale degli inattivi (che vanno dai definitivamente scoraggiati a chi ha mollato per motivi personali o familiari) ha fatto un balzo del 7,2% a livello nazionale: in Veneto la percentuale si attesta intorno al 5,3%.

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Sono oltre 3,5 milioni gli italiani che, scoraggiati o per altri motivi, hanno rinunciato a cercare un lavoro nell’anno dell’emergenza Covid segnando il record negativo dell’ultimo decennio. È quanto emerge dall’analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat in riferimento all’iniezione di fiducia con una forte spinta sull’occupazione secondo quanto previsto dal Recovery Plan presentato alle Camere dal premier Mario Draghi per far ripartire l’Italia e curare le ferite causate dalla pandemia. Una scossa per un Paese in cui nell’ultimo anno – evidenzia Uecoop – la situazione di incertezza ha pesato sulle opportunità di lavoro e sulla fiducia degli italiani di poterne trovare uno, tanto che molti ci hanno rinunciato più o meno definitivamente. Fra i motivi della mancata ricerca di lavoro si va da «è tutto fermo» a «nessuno assume a causa Covid», dal timore del contagio all’attesa che si attenui la pandemia fino a chi ha rinunciato a dare la caccia a un’occupazione perché ritiene proprio di non avere speranze di trovarlo spiega Uecoop sulla base dell’ultima relazione Istat al Parlamento.

Più di 1 rinunciatario su 4 (25,8%) ha fra i 45 e i 54 anni in una fascia di età – evidenzia Uecoop – in cui si è troppo giovani per andare in pensione, anche con le varie soluzioni di anticipo attualmente in vigore, ma si è anche troppo grandi per accedere ai vari contratti di inserimento con decontribuzione che invece possono essere utilizzati per i più giovani. Nell’anno dell’emergenza sanitaria – evidenzia l’analisi di Uecoop – il totale degli inattivi (che vanno dai definitivamente scoraggiati a chi ha mollato per motivi personali o familiari) ha fatto un balzo del 7,2% a livello nazionale con gli incrementi maggiori nelle regioni del Nord epicentro della pandemia almeno nella prima fase: dalla Lombardia (+7,6%) al Piemonte (+5,4%), dal Veneto (+5,3%) all’Emilia Romagna (+6,2%), dalle Marche (+6,2%) all’Abruzzo (+5,6%). Mentre nelle grandi regioni del Sud la crescita degli inattivi è stata molto più contenuta con la Calabria al +2,2%, la Sicilia al +2%, la Puglia al +0,8% con solo la Campania che sfiora il 4%.

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La pandemia da Covid ha stravolto non solo la salute degli italiani ma anche il sistema economico con una disoccupazione stimata al 17% e un taglio di 65 miliardi di euro degli investimenti da parte delle imprese nel 2021 rileva Uecoop su dati Cerved. La resilienza del sistema delle imprese cooperative italiane che può contare su poco meno di 80mila realtà con oltre un milione di occupati è una caratteristica importante – rileva Uecoop – per la difesa dei posti di lavoro in attesa della ripartenza che si spera arrivi entro l’anno. Nel 2021 infatti il 78% delle imprese cooperative pensa di riuscire a conservare il personale esistente, il 15% prevede addirittura di riuscire ad assumerne di nuovo mentre – continua Uecoop – solo il 7% crede che sarà costretto a licenziare. La rapida riuscita della campagna vaccinale è strategica – sottolinea Uecoop – per la ripartenza del Paese e per il recupero dei 945mila posti di lavoro persi nel 2020.

Secondo l’indagine di Uecoop a livello nazionale, i primi settori a riprendersi nei prossimi mesi saranno nell’ordine il turismo, l’alimentare e i servizi alle aziende, dalle pulizie alla logistica, dalla sicurezza all’informatica, con a seguire gli altri comparti, dall’immobiliare allo spettacolo, dallo sport all’abbigliamento. In questo scenario è strategico il rapido arrivo in Italia dei fondi legati al Recovery Plan europeo in modo da agganciare la ripresa, far ripartire a pieno ritmo il mercato interno, dare forza al sistema economico nazionale e – conclude Uecoop – ammortizzare i maggiori costi affrontati con la pandemia che hanno appesantito il debito pubblico italiano arrivato a sfiorare il 160% del Pil.

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