Minibot sì o no? Il commento di Banca Valsabbina

«I Minibot o sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito, e allora il debito sale. Non vedo una terza possibilità». Al di là del giudizio lapidario del presidente della Bce, Mario Draghi, e di valutazioni politiche, sulla querelle dei minibot come modalità di pagamento dei debiti della PA verso i fornitori interviene con una nota stampa il responsabile divisione business di Banca Valsabbina Paolo Gesa.

«I debiti commerciali – spiega nella nota il responsabile – delle Amministrazioni pubbliche sono uno dei problemi storici dell’economia italiana. La Relazione Annuale recentemente presentata dal Governatore della Banca d’Italia ne certifica il trend in costante diminuzione, per un ammontare ad oggi di circa 53 miliardi, la metà rispetto al 2012. L’incidenza delle passività commerciali rimane la più alta in Europa. E anche se lo scorso anno i tempi medi di pagamento hanno continuato a ridursi attestandosi a circa 85 giorni, secondo l’European Payment Report 2019 in Italia continuano a essere superiori di quasi un mese rispetto alla media europea.»

«Il 7 dicembre del 2017 – prosegue Gesa – la Commissione europea ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia per il sistematico ritardo dei pagamenti della Pubblica amministrazione. La Commissione sostiene che, in media, la pubblica amministrazione italiana impiegava ancora nel 2016 circa cento giorni per saldare i debiti commerciali nei confronti dei fornitori violando la direttiva 2011/7/UE, recepita in Italia all’inizio del 2013. »

«La direttiva restringe il tempo di pagamento a 30 giorni, 60 per gli enti sanitari. Tale ritardo implica un maggior aggravio per le finanze pubbliche, derivante dall’applicazione di interessi moratori dell’8% sulle somme pagate in ritardo: un “prezzo” salato, ben superiore ai tassi attualmente pagati dallo Stato per i propri debiti finanziari (nonostante l’impennata dello spread dell’ultimo anno, i BOT ad 1 anno costano allo stato lo 0,06%, mentre i BTP a 10 anni al 2,36%, per dare un metro di paragone).»

«La situazione dei debiti commerciali delle Pubbliche Amministrazioni sta migliorando rispetto al passato, ma resta ancora molto da fare. Si potrebbe, per superare queste inefficienze, emettere nuovo debito “ordinario”. Sarebbe la soluzione più semplice, ma esiste un’alternativa più efficiente e meno costosa per le casse pubbliche: favorire la cessione dei crediti commerciali vantati dalle imprese a operatori specializzati

«Soltanto poco più di 8 miliardi (dati disponibili al 2016) dei debiti commerciali delle imprese nei confronti della PA sono smobilizzati dal sistema finanziario, tramite factoring o cessione pro soluto. Troppo pochi. Nel lavoro quotidiano in questo comparto nascono spesso delle difficoltà: non tutte le Pubbliche Amministrazioni fanno ricorso alla Piattaforma dei Crediti Commerciali (Pcc) gestita dal MEF (solo il 18% dei crediti acquistati da Banca Valsabbina risultano in Pcc), un potente mezzo di riconoscimento del debito che consente alle banche di finanziare più facilmente le imprese, anche quelle con un merito creditizio basso.»

«Molta parte della PA rifiuta ancora le cessioni del credito, impedendo di fatto a molte aziende l’accesso a questo strumento o costringendo le banche ad attendere i 45 giorni che intercorrono dalla delibera all’erogazione (tempo previsto dalla Legge per il silenzio/assenso alla cessione).»

Esiste infine la mala gestio finanziaria di alcuni enti pubblici, con molti comuni che hanno subito default (con i debiti in pancia alle banche “congelati” per anni). «Anche dopo i recenti annunci di politica monetaria della BCE – chiarisce il funzionario di Banca Valsabbina – il sistema finanziario è liquido e lo rimarrà a lungo. Non servono nuove risorse finanziarie, che si tratti di nuovo debito reperito dallo Stato sul mercato o di minibot. Servirebbe invece una legge per rendere finanziabile la totalità dei propri debiti commerciali, e che dovrebbe prevedere l’obbligatorietà della certificazione del credito in Pcc in tempi certi da parti di tutte le PA; introdurre il divieto di rifiuto della cessione, spesso usato in maniera strumentale dagli enti pubblici e, infine, prevedere una garanzia statale sui crediti commerciali che le Pmi smobilizzano presso le banche – come avviene con il Medio Credito Centrale per i finanziamenti – consentendo alle banche di evitare il rischio di default e ottenere risparmi in termini di capitale.»

«Con questi semplici interventi – chiude Gesa – la gran parte dei crediti commerciali delle imprese potrebbe essere facilmente smobilizzata dal sistema bancario, determinando benefici per le imprese in termini di liquidità disponibile a costi contenuti, senza l’introduzione di nuovi strumenti, che rischierebbero di avere effetti deleteri in termini di credibilità per il sistema economico del nostro paese. Mancanza di credibilità che già paghiamo ogni giorno in termini di maggiori oneri sul nostro già consistente debito pubblico, drenando di fatto risorse che potrebbero essere invece destinate a nuovi investimenti e alla spesa corrente.»