Confagricoltura: «La grande distribuzione aiuti i prosciutti italiani»

Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura Verona, lancia un appello alla gdo alla luce delle gravi ripercussioni subite dal settore dei suini in seguito al Covid-19.

Paolo Ferrarese
Paolo Ferrarese

«L’Italia deve uscire dall’emergenza Covid anche nei consumi. Perciò chiediamo alla grande distribuzione di aiutare i prodotti italiani, a cominciare dai prosciutti e dai salumi che sono arrivati a perdere il 70 per cento nelle vendite sugli scaffali. Magari compiendo lo sforzo di promuovere il prodotto con qualche sconto, visto che il prezzo dei tagli freschi di carne suina è notevolmente calato in questi due mesi».

Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura Verona, lancia un appello alla gdo alla luce delle gravi ripercussioni subite dal settore dei suini in seguito al Covid-19 con la chiusura del canale Horeca, i mutamenti dei consumi, il crollo del turismo e la flessione dell’export.

«Il consumo dei prosciutti, legato alla ristorazione e alle mense aziendali e scolastiche, ha visto un crollo verticale – sottolinea -. È stato perso un periodo d’oro, qual è la primavera, con i ponti pasquali e quelli del 25 aprile e del 1° maggio e anche in estate potremmo perdere parte dell’indotto a causa della mancanza dei turisti stranieri. Contestualmente anche nella gdo prosciutti e salumi sono stati trascurati perché i consumatori hanno privilegiato i cosiddetti beni rifugio e a lunga conservazione, come pasta, riso, scatolame, carne da congelare».

«Verona è sede di importanti catene della grande distribuzione. Chiediamo perciò che ci aiutino, in questa fase di ripresa, a fare tornare al centro della tavola veronese e italiana i prodotti freschi di qualità italiani, che siano prosciutti o mozzarelle. Sono salubri, certificati, garantiti. E se ripartono loro, ripartiranno anche l’economia e l’occupazione» aggiunge Ferrarese.

Il calo dei consumi di prosciutti, compresi quelli dop, ha causato a catena la crisi di tutto il settore suinicolo. Si sono infatti ridotte le macellazioni (si stima -20%, con oltre 200mila capi in arretrato a livello nazionale), sono calati i prezzi all’origine e i costi per l’alimentazione animale sono cresciuti, anche a causa della maggior permanenza degli animali in stalla. Tutto questo mentre, paradossalmente, l’Italia continua a importare 53 milioni di cosce a fronte di 20 milioni prodotte.

«Il settore è al collasso – spiega Ferrarese -. Lo smaltimento delle giacenze è impensabile in tempi brevi, anche se ci fosse una ripresa delle macellazioni. Entro un paio di settimane le scrofaie saranno piene di suinetti invenduti con problematiche legate al benessere, allo stato sanitario e alla liquidità aziendale. Macelli, industrie di trasformazione e prosciuttifici hanno deciso di rallentare le loro produzioni, ma il settore primario non può frenare se non con tempi troppo lunghi. E tutto il peso della crisi si riversa sul settore degli allevamenti, l’anello debole della filiera. Più che sussidi, servirebbe una limitazione delle importazioni allo stretto necessario, privilegiando i capi nazionali; raccordando prezzi e costi all’origine e al consumo. E come filiera, con le istituzioni dobbiamo delineare la nuova suinicoltura nazionale, ragionando di programmazione produttiva, Dop e capacità di export delle nostre eccellenze. E dobbiamo farlo subito, prima che il settore imploda irrimediabilmente».

A Verona ci sono parecchie imprese di trasformazione che producono prosciutti e salumi con lavorazioni d’eccellenza e carni al 100 per cento italiane. Verona è anche la prima città in Veneto per allevamenti di suini: oltre 600 su 1.885 totali.