Accordo Ue-Cina: protetto solo il 3% di made in Italy “DOC”
L’accordo siglato tra Unione Europea e Cina protegge appena il 3% dei prodotti italiani a indicazione di origine anche se nella lista sono compresi i prodotti tipici più esportati all’estero ma con importanti esclusioni. È quanto afferma la Coldiretti nel commentare l’intesa raggiunta tra la Ue e il gigante asiatico che prevede il mutuo riconoscimento di cento prodotti a indicazione geografica.
È positiva la volontà di procedere nel tempo ad una allargamento della lista – sottolinea la Coldiretti – anche se la situazione è stata purtroppo compromessa dalle concessioni accordate dai precedenti accordi a partire da quello con il Canada (CETA) che ha legittimato per la prima volta nella storia dell’Unione Europea le imitazioni del Made in Italy a partire dalla libera produzione e commercializzazione del Parmesan considerato all’estero la traduzione del termine Parmigiano Reggiano, ma è anche possibile produrre e vendere altre imitazioni mantenendo una situazione di ambiguità che rende difficile ai consumatori distinguere il prodotto originale ottenuto nel rispetto di un preciso disciplinare di produzione dai tarocchi di bassa qualità.
Per l’Italia che è leader europea nelle denominazioni di origine ad essere tutelati in Cina per adesso sul totale di 863 prodotti Ig (299 Dop e Igp, 526 vini e 38 bevande spiritose) sono – spiega la Coldiretti – appena 26 specialità. Il rischio è che la mancata protezione di tutti gli altri marchi Made in Italy legittimi – denuncia Coldiretti – la produzione di imitazioni dei prodotti tricolori in un Paese in grande espansione soprattutto nel settore vitivinicolo dove è il primo consumatore mondiale per i rossi..
«La presenza sui mercati esteri è vitale per il made in Italy ma negli accordi di libero scambio va garantita parità delle condizioni, efficacia dei controlli e reciprocità delle norme con impatti ambientali, economici e sociali – ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che – occorre lavorare per accordi che tutelino il Made in Italy dalla concorrenza sleale e garantiscano scelte consapevoli ai consumatori nel rispetto della sicurezza alimentare».
Il tutto peraltro in una situazione generale che per quanto riguarda gli scambi Italia-Cina vede ancora troppe barriere doganali che penalizzano le esportazioni agroalimentari verso Pechino. Se infatti è stato rimosso nel 2016 il bando sulle carni suine italiane e nel 2018 le frontiere si sono aperte in Cina per l’erba medica italiana, al momento per quanto riguarda la frutta fresca – conclude la Coldiretti – l’Italia può esportare in Cina solo kiwi e agrumi mentre sono ancora bloccate le mele e le pere oggetto di uno specifico negoziato.
Una situazione che limita le esportazioni agroalimentari nazionali che – conclude la Coldiretti – nei primi sette mesi del 2019 sono risultate in calo dell’1% per un valore di 241 milioni di euro, importazioni in aumento del 21% per un valore di 431 milioni, quasi il doppio dell’export.
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