La psicologia delle fiabe (e della pittura)

Se si dovesse definire la sua arte, non si troverebbe ad oggi una definizione. È arte concettuale, ma anche arte figurativa. È realistica ma anche surreale. Di sicuro è un’arte che rispecchia l’esigenza tutta contemporanea di comunicare, e di farlo in maniera forte. Un urlo riportato sulla tela, con pennellate decise, colature, volti inquietanti.

Di sicuro è un’arte di ricerca, perché è la lunga e minuziosa ricerca che caratterizza Sara Zamperlin. Nata a Legnago, da genitori amanti dell’arte – il padre carpentiere, sempre indaffarato a manipolare qualche oggetto con le mani; la madre divoratrice di libri – Sara Zamperlin comprende la sua attitudine al disegno fin da quando era piccolina. Si è così iscritta prima all’Istituto d’Arte Applicata, per poi proseguire gli studi fino a ottenere la qualifica di tecnico della conservazione, manutenzione e restauro dei beni artistici. «In questo modo univo due miei desideri: quello di mantenere un continuo contatto con gli artisti del passato e, al contempo, di sperimentare nel disegno, alla ricerca di una mia forma artistica».

È così che Sara inizia il suo percorso. «Inizialmente a prevalere nelle mie opere erano le forme astratte». Poi ha capito che mancava qualcosa che la rappresentasse. «La mia capacità di osservazione, che spesso mi induce a sacrificare la parola allo sguardo, mi fece sorgere una domanda: perché vedo le persone in un modo, mentre loro si atteggiano diversamente? La conferma venne di lì a poco. Una persona un giorno mi chiese di farle un ritratto. Mi portò una foto: ma questa seppure bella, non lo rappresentava. Da qui nacque il progetto “Anime”».

Sono diventati i ritratti il cardine della sua ricerca. Una ricerca che si è poi sviluppata fino ad arrivare ad affrontare un tema tanto caro a Sara: le fiabe. «Da piccola ero molto timida. Leggevo molto, e ascoltavo molto», ci confida. Le capitava di trascorrere più tempo con gli adulti che con i suoi coetanei. Ascoltava e osservava. «Mia nonna era solita raccontarmi le fiabe, non quelle edulcorate, proposte dai celebri cartoni per bambini, nemmeno quelle pubblicate in edizioni riviste, volte a falsare il reale. Mia nonna mi raccontava le fiabe popolari. Quelle dove l’ambiente è oscuro, dove scorre il sangue, dove prevale la paura dell’abbandono, piuttosto che il lieto fine». Le capitava spesso allora di associare le persone che osservava ai personaggi delle fiabe. Ed è stata proprio questa sua naturale propensione a farle iniziare il progetto sulle fiabe.

«Tre anni fa sono partita così con Alice nel paese delle meraviglie, per proseguire con Il mago di Oz e, di recente, con Hansel e Gretel. In questo tipo di progetti, ai quali dedico un anno di lavoro ciascuno, mi metto in gioco totalmente. Incontro persone, studio, approfondisco». Sara prende spunto da un tema della fiaba per associarlo a un problema psicologico. Con Alice ha affrontato le fobie, con il Mago di Oz i traumi, con Hansel e Gretel lo smarrimento di identità. Perché questo collegamento, a cosa serve? «Credo fortemente che ogni persona debba fare uscire tutto ciò che è, difetti e pregi che siano. Non deve nascondere le proprie imperfezioni, ma dar loro valore, perché sono parte di lei, e soprattutto sono umane».

Come umani sono gli episodi non felici della nostra vita, sono le difficoltà che abbiamo affrontato e superato. E tutto questo Sara lo vuole comunicare, risaltare attraverso un’immagine. «Il quadro finito – ci tiene a sottolineare la pittrice – è solo però l’esito ultimo di un percorso». Dopo avere scelto i soggetti da ritrarre attraverso un annuncio, Sara li intervista ed è proprio dal loro racconto che trova ispirazione. Ne segue quindi la scelta dei colori e del materiale che sarà presente nel quadro, oltre a quella dei vestiti che indosseranno i soggetti. Questi vengono portati in sala posa, perché è qui che si cattura l’espressione “giusta”. «I miei soggetti, una volta vestiti e truccati, si immedesimano nella fiaba», ci spiega, «e lo scatto fotografico, a cui seguirà il dipinto, voglio che faccia emergere una persona nuova, risultato dell’insieme della persona reale e del personaggio della fiaba». Una persona nuova, dunque, il cui problema psicologico non è stato eliminato, bensì messo in risalto, diventando per Sara motivo artistico, una vera opera d’arte.

Eppure tutto questo non basta ancora per la pittrice. «Un momento che ritengo molto significativo è lo svelamento dei quadri. Non solo per le persone ritratte, ma anche per rendere partecipe il pubblico del percorso svolto in mesi di ricerca». Questo l’ha portata a collaborare con due attori per la realizzazione di una performance durante i vernissage delle sue mostre. Una performance studiata meticolosamente, con il ricorso a suoni e luci, voci, per creare quel legame fondamentale tra la finzione e la realtà, tra la fiaba e il suo progetto fatto e vissuto da persone reali.

Per saperne di più sui progetti di Sara Zamperlin:
www.sarazamperlin.com
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