Live club in crisi, Carola Capocchia di The Factory: «Abbiamo fame di normalità»

Carola Capocchia, vice presidente di The Factory, fa luce sull'attuale situazione dei live club italiani: nessun ristoro e tutti gli eventi sospesi, gli unici possibili sono organizzati online. Protesta pacifica con l'iniziativa "Ultimo Concerto": nella serata di sabato sul palco sono andati in scena dei bersagli di cartone circondati da una simbolica oscurità

Il mondo dello spettacolo, più di altri settori è vittima della pandemia: tutto il comparto dell’intrattenimento si è congelato negli scorsi mesi con poche eccezioni durante l’estate. Una condizione che cinema, teatri e live club stanno vivendo anche oggi e, sembra, nell’indifferenza generale. Urge una soluzione.

Richiesta a gran voce l’apertura dei luoghi di intrattenimento nel rispetto delle misure di sicurezza così da ridere lavoro agli artisti, categoria attualmente in estrema difficoltà.

Ne abbiamo parlato con Carola Capocchia, vice presidente del live club The Factory. La casa degli artisti di San Martino Buon Albergo, ha aderito all’iniziativa “Ultimo concerto” insieme ad altri 90 live club italiani con l’obiettivo di sensibilizzare e tornare a fare musica: «Sabato sera abbiamo messo in scena un evento inaspettato, un non-spettacolo. La messa in scena era avvolta da un alone di mistero e, una volta sciolto il dubbio, lo spettatore è rimasto scioccato: nel bene o nel male, il nostro obiettivo era suscitare una forte reazione e far riflettere. Su un palco leggermente illuminato, quasi nero, sono transitate delle semplici e anonime sagome di cartone simili a dei bersagli: è esattamente come ci sentiamo noi adesso».

«Soggetti inanimati hanno preso il nostro posto ma non ci rassegniamo perché un ultimo concerto non può esserci -commenta Carola Capocchia-. Nessuno dei live club coinvolti in questa crisi economica ha la forza di poter organizzare un evento e il nostro è un segno di protesta affinché le istituzioni riconoscano e diano un aiuto concreto a tutti i live club d’Italia come The Factory. Sono luoghi di diffusione culturale imprescindibili in cui lavorano dei professionisti».

Le perdite in questi 12 mesi sono ingenti e per il The Factory la situazione risulta complessa: infatti, la loro nuova sede, ampliata e ristrutturata, è stata inaugurata l’8 febbraio 2020, esattamente un mese prima del lockdown che li ha costretti alla chiusura: «Siamo riusciti a organizzare tre eventi poi due concerti da seduti e, infine, abbiamo dovuto abbassare la serranda. E’ stata avviata una raccolta di fondi purtroppo insufficiente a coprire i costi. A oggi il The Factory non ha più autonomia economica e stiamo prendendo delle scelte difficili, urge un sostegno concreto per poter andare avanti. Il club è risultato non idoneo per la partecipazione ai vari bandi statali quindi non è stato erogato nessun ristoro, abbiamo usufruito unicamente di un bonus sulla locazione».

«Qualora dovessero darci il via libera siamo pronti a riaprire con tutte le misure di sicurezza del caso perché siamo già rodati con un planning organizzativo -conclude la vice presidente -: posti a sedere con tavoli distanziati, prenotazioni, lista all’ingresso per controllare le presenze in modo da informare i presenti qualora ci fosse un contagio, rilevazione della temperatura e tutti i dispositivi di sicurezza. Nei due mesi estivi, giungo e luglio, abbiamo svolto i concerti in questo modo e con estrema attenzione ricevendo gratificazioni importanti e con feedback positivi dal nostro pubblico che si è sentito al sicurezza. Riprendere un briciolo di normalità dona grande conforto».