Alla scoperta di Ponte Crencano con Francesco Castioni

Come ogni venerdì mattina, il Daily consolida il suo appuntamento con la storia in compagnia di Francesco Castioni: storico dell'arte e guida turistica. Per il nostro consueto viaggio alla scoperta dei quartieri di Verona, oggi siamo a Ponte Crencano. Chicche, curiosità e bellezze culturali di uno dei luoghi meno esplorati ma più affascinanti della città

Il sabato del Daily è dedicato ai quartieri di Verona: oggi andiamo alla scoperta di Ponte Crencano in compagnia di Francesco Castioni, storico dell’arte e guida turistica.

 «Come molti altri quartieri sorti intorno al centro cittadino ha una storia abbastanza recente, la stessa ricostruzione di Ca’ di Cozzi dimostra quanto fosse rapida l’urbanizzazione di quartieri appena periferici. Questo ha salvato alcuni gioielli come Villa Monga: risalente all’800, è oggi una casa di residenza per anziani. Fino al ‘900 era abitata da Andrea Monga, personaggio noto a tutti i veronesi per essere lo scopritore del Teatro Romano, è stato proprio lui ad avviare gli scavi archeologici quando ancora quella preziosa testimonianza storica sonnecchiava sotto la collina di San Pietro. Un lavoro talmente costoso che porto sul lastrico il signor Monga ma che gli ha concesso di donare un bene inestimabile alla storia dell’arte e a tutta la comunità».

Il contrasto tra lo sfarzo ottocentesco di Villa Monga e l’orto degli attuali residenti

Continuando il viaggio nella storia di Ponte Crencano, non possiamo non fermarci al Capitello dell’Arca Rotta: «Una struttura estremamente curata nell’estetica e di natura stratificata per quanto riguarda la costruzione -spiega Castioni-. Questo capitello è un’eccezione rispetto agli altri perché, rarità, è dotato di un protio, cioè le due colonne e una sorta di “galleria” di collegamento con la nicchia retrostante dov’è ospitata l’immagine sacra. Nella parte inferiore, appena sotto la Madonnina, reca una scritta che attesta la restaurazione all’inizio dell’800. Inoltre, nella parte posteriore, possiamo trovare un dettaglio simpatico: un simbolo solare. Escludendo i giochi di politica, è il simbolo del sole nascente e in movimento. Questa stessa rosa a sei petali compare numerosissime volte nella Chiesa di San Floriano perché, intorno al 1100, viene associato a Cristo tanto da essere rappresentato come suo monogramma: è la stilizzazione delle lettere greche “Chi” (χ) e “Rho” (ρ)».

Il Capitello
Il particolare sul retro del capitello: il fiore a sei petali, monogramma di Cristo

Dulcis in fundo, una chicca poco nota: la Chiesa di san Giuliano, costruita in relazione al convento degli agostiniani prima e ai padri camilliani poi. «I padri Camilliani sono un ordine importante per la storia di Verona -sottolinea lo storico Francesco Castioni- perché si sono dedicati al supporto della popolazione in situazioni tragiche come la peste e hanno fondato quello che oggi è l’ospedale di Borgo Trento. Ecco perché la piazza antistante il vecchio ingresso dell’ospedale è dedicata a San Camillo De Lellis. Piccolo gioiello risalente al 1600, la Chiesa di San Giuliano ha subito ristrutturazioni pesantemente nel corso dell’800 fino ad arrivare a oggi con dimensioni e decori modesti. Tuttavia è uno spazio liturgico di grande fascino. L’unica a mantenersi intatta nel corso dei rimaneggiamenti, è la madonna lignea che sovrasta l’altare la cui cornice sembrerebbe provenire da Sant’Anastasia, ovvero la più grande chiesa di Verona. Intorno un tendaggio in pietra che inquadra un altare barocco sormontato da due angioletti».

L’interno della Chiesa di san Giuliano

 «Chiudiamo il nostro viaggio nella storia dell’arte veronese con una piccola curiosità riguardante l’interno della Chiesa di San Giuliano -afferma in chiusura Francesco Castioni-: la statua dell’omonimo santo che si erge al suo interno. Caratterizzata da cromie pastello, salta all’occhio per un fascio di serpenti che avvolgono la figura e la imprigionano. Il suo martirio, secondo le fonti sacre, risalirebbe al secondo secolo dopo Cristo quando è stato chiuso in un sacco pieno di sabbia e serpenti; per questo viene identificato come il protettore dal morso e dal veleno dei rettili. Il fatto che gli sia intitolata una chiesa in questa zona può essere in riferimento a questa problematica, una sorta di infestazione di serpenti e affini, che in passato affliggeva diverse aree agricole».

La statua del martire collocata all’interno della l’omonima Chiesa