Una risorsa chiamata disabilità

In che modo la disabilità può diventare una risorsa in campo sociale, lavorativo e culturale? È una domanda alla quale cercheremo, seppure in parte, di dare risposta. Da una parte, guardando i numeri. Dall'altra, raccontando le esperienze positive di realtà e singole persone, diversamente abili e non, che con lungimirante sensibilità hanno saputo andare oltre…

In che modo la disabilità può diventare una risorsa in campo sociale, lavorativo e culturale?

È una domanda alla quale cercheremo, seppure in parte, di dare risposta. Da una parte, guardando i numeri. Dall’altra, raccontando le esperienze positive di realtà e singole persone, diversamente abili e non, che con lungimirante sensibilità hanno saputo andare oltre l’etichetta arancione che contraddistingue la disabilità per costruire qualcosa di concreto. Contribuendo a un cambio di mentalità e aiutando la società, in un momento in cui la crisi economica fa stringere i cordoni della borsa alle istituzioni pubbliche, con i conseguenti tagli al sociale e le difficoltà che si riversano sulle famiglie.

 

Nel 2020 4,8 milioni di invisibili. Partiamo dall’analizzare le cifre. Secondo le previsioni del Censis, i disabili arriveranno a essere 4,8 milioni (pari al 7,9% della popolazione) nel 2020 e raggiungeranno i 6,7 milioni nel 2040 (il 10,7%). Individui che spesso non riescono a uscire dal cono d’ombra che li avvolge, rendendoli invisibili. La disabilità ha inoltre molteplici sfumature, in base a patologie e autonomia personale, che variano anche a seconda dell’età.

Per i più giovani le aule scolastiche rappresentano ancora un’oasi abbastanza felice in termini di inclusione sociale. Gli alunni con handicap nella scuola statale sono aumentati dai 202.314 dell’anno scolastico 2012/2013 ai 209.814 del 2013/2014. Per i bambini Down in età prescolare, per esempio, l’inclusione scolastica supera il 97%, percentuale che diminuisce a poco meno della metà nei ragazzi tra i 15 e 24 anni, solo l’11,2% dei quali prosegue il percorso formativo scegliendo un indirizzo professionale. Dei ragazzi fino a 19 anni con disturbi dello spettro autistico, il 93,4% frequenta le lezioni, ma i dati si riducono tra gli over 20 al 6,7%.

Lasciati i banchi inizia la dispersione, specie per chi soffre di disabilità intellettiva. A trovare occupazione, guardando il panorama nazionale, sono il 31,4% degli adulti Down con più di 24 anni; la maggior parte dei lavoratori (oltre il 60%) non è inquadrata con contratto standard né retribuita adeguatamente. Difficile è la situazione per gli autistici: a essere occupati sono il 10% dei ventenni. Così molti disabili rimangono a vivere a carico delle famiglie, senza la possibilità di esprimere le proprie capacità in ambito professionale o relazionale. Con sostegni economici che sono, tra l’altro, inferiori a quelli della media europea. Ed è qui che servono idee per rendere sostenibile il sistema.

Non fasce deboli, ma risorse. Eppure, concentrando l’attenzione su Verona, ci sono situazioni virtuose in cui le cosiddette fasce deboli possono essere a buon diritto considerate risorse in aiuto al welfare per agevolare la riduzione dei costi sociali.

Alla cooperativa La Faedina di Sant’Anna d’Alfaedo qualche conteggio sui costi della disabilità l’hanno fatto. Praticità dei montanari? Forse, ma c’è di mezzo il benessere personale. L’esempio a cui facciamo riferimento ha nome e cognome, ma lo chiameremo Luca. È un ragazzo autistico presente nella coop della Lessinia dal 2010. Inserito in un Ceod, sarebbe costato all’Ulss circa 60 euro al giorno, dunque 60 mila euro in cinque anni ai quali sommare altri 47 mila 400 euro per pensione e accompagnamento in 60 mesi. Nel contesto de La Faedina, oltre alla conquista di un’indipendenza personale e professionale, alle casse statali è costato solamente per pensione e accompagnamento. Con un risparmio di 12 mila euro annui. E il vantaggio di non aver fatto diventare Luca uno dei tanti invisibili che, lasciata la scuola, non trova un inserimento professionale adeguato.

Leggi l’esperienza della cooperativa La Faedina.

Altri esempi virtuosi: la storia della Fondazione Histoire e quella di Dismappa.

Il tentativo non è di nascondere la disabilità, ma di trovarle spazio dignitoso nel contesto della società. Ed è forse questa la chiave di lettura dell’intera questione: rivolgere a chi è disabile la giusta attenzione, senza scivolare nel pietismo, ma valorizzando le potenzialità che può avere. Da ciò, anche un settore come quello turistico può trarne beneficio.

Secondo il portale Turismo senza barriere sono 50 milioni i cittadini con handicap che potrebbero partecipare al mercato del turismo. Il 72% dei potenziali viaggiatori, circa 36 milioni di persone, sono propensi a viaggiare. Solo 6 milioni lo fanno, perché temono di incappare nel disagio delle barriere architettoniche. A tirare le somme: 30 milioni di soggetti dai bisogni speciali vengono esclusi dai circuiti ufficiali del turismo. Numeri che, raffrontati alle proiezioni per gli anni a venire, devono imporre un ragionamento.

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