Trasferte tassative, ovvero le ragioni calcistiche di un viaggio

Ci sono mete anelate, approdi idealizzati, luoghi visitati solo nel desiderio. E poi ci sono le destinazioni necessarie, quelle che non si possono rimandare, costi quel che costi, anche se prendono la forma di «avanzate prudenti in territorio nemico». Mario Allegri, che per anni ha tenuto la cattedra di letteratura italiana contemporanea alla Facoltà di Lettere di Verona, ci consegna una rassegna breve quanto intensa delle sue trasferte “tassative” in nome della squadra amatissima: l’Hellas Verona.

«Sì, viaggiare», cantava Lucio Battisti. Tra gli animali che popolano la Terra gli umani sono gli unici che viaggiano non solo per necessità. Si viaggia per amore, per noia esistenziale, per interessi culturali, più spesso per avventura o … per seguire la squadra del cuore. I miei primi viaggi (intendo, con una meta scelta da me) sono stati proprio quelli al seguito dell’unica, allora, squadra di calcio cittadina: l’Hellas Verona. Ho iniziato negli anni Sessanta del vecchio Novecento quando le trasferte al seguito dei colori gialloblu avevano le stimmate del viaggio avventuroso in un territorio ostile. Niente, come oggi, pacchetti “tutto incluso” offerti da club organizzati o agenzie di viaggio, che per i tragitti più lunghi propongono pernottamenti e anche percorsi turistici. Figuriamoci! Tante città, allora, significavano per noi tifosi il nome del loro stadio e nient’altro: Varese era il Franco Ossola, Padova l’Appiani, Reggio Emilia il Mirabello, Como il Sinigaglia, Foggia lo Zaccheria, Alessandria il Moccagatta, Trieste il Grezar, Parma il Tardini, e così via. Ci si arrivava in treno o, per le mete più vicine (Brescia, Mantova, Vicenza), in autostop o stipati come sardine in qualche auto: in tasca un paio di panini, una bibita e la mappa della città (altro che navigatore!) per cercare lo stadio. Poi l’avanzata prudente in territorio nemico, dove occorreva muoversi con circospezione per non farsi troppo riconoscere: anzitutto alla biglietteria, poi sulle gradinate delle curve, che allora non erano riservate agli ospiti né vigilate dai nerboruti poliziotti di oggi. Le bandiere di sicuro non agitate in faccia ai rivali, ma in caso di vittoria o pareggio sventolate, a distanza di sicurezza, dal treno o dalle auto lungo tutto il ritorno (i 100 chilometri tra Ferrara e Verona nel 1968 in occasione della seconda promozione in A durati come le Mille Miglia tra soste interminabili, canti e bevute colossali). La pena del ritorno dopo una sconfitta, o la gioia per i punti guadagnati fuori casa che alleviavano la lunghezza del viaggio: il più faticoso a Foggia nel ’63 (con sconfitta per 1 a 0), dove i carabinieri del servizio d’ordine gettavano, spalle al campo, il sale sull’erba per scaramanzia.

Poi, il lunedì a scuola o al bar Sport il racconto invariabilmente epico dell’impresa compiuta. E, la cosa più bella, con la “compagna picciola” che ti aveva seguito (Mino, Enrico, Orazio…) un legame di amicizia destinato a durare a lungo nel tempo.

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