Morto Attilio Benetti, il ricordo nelle parole di Alessandro Anderloni

Questa mattina ci ha lasciati all'età di novant'anni Attilio Benetti, per tutti “Eltilio”, paleontologo autodidatta che nell’arco di una vita, con grandissima passione, si è dedicato alla ricerca, allo studio ed alla conservazione dei reperti paleontologici dei Lessini e di molte altre località del mondo. A lui si deve anche la nascita del Museo Paleontologico…

Questa mattina ci ha lasciati all’età di novant’anni Attilio Benetti, per tutti “Eltilio”, paleontologo autodidatta che nell’arco di una vita, con grandissima passione, si è dedicato alla ricerca, allo studio ed alla conservazione dei reperti paleontologici dei Lessini e di molte altre località del mondo. A lui si deve anche la nascita del Museo Paleontologico di Camposilvano, avvenuta nel 1975.

I funerali martedì pomeriggio alle 15.30 nella chiesa di Velo Veronese.

Alessandro Anderloni lo ricorda così…

«Vei avanti e séntete qua.» Il custode del Cóvolo apriva la porticina del suo rifugio ai piedi dell’erta che sale alla caverna. «Anche Dante salì questo pendio, quando visitò il Cóvolo per trarne ispirazione per l’ingresso dell’Inferno…». In quella stanza pregna del fumo del trinciato, con l’impressione di trovarsi in un sacello sacro, al cospetto di un maestro, di un sacerdote, del “patriarca della Lessinia”, ogni storia, nelle parole di Attilio Benetti, trasfigurava, diveniva leggenda, mito, eternità. «Siediti su una galassia e contempla l’infinito» mi disse un giorno. Lo scrissi sul muro della mia camera, come quel verso di Goethe che ti accoglieva, all’ingresso della sua stanza in contrada Cóvolo: «Ogni cosa che vuoi fare, o sognare di fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incomincia adesso». La stessa caparbietà e tenacia lo guidarono quando costruì il piccolo Museo dei Fossili di Camposilvano dove aveva esposto la sua prima collezione di ammoniti «i serpenti pietrificati nelle acque del diluvio universale». Così gli raccontavano, quando era bambino. Con la licenza di terza elementare, delle ammoniti divenne uno dei punti di riferimento nel mondo. A un fossile guida, indicato dagli scienziati per datare uno strato della superficie terrestre, diedero il suo nome, come se Attilio di quello strato di pianeta fosse parte. Le sue mani di pietra cavavano dal passato i segni della vita sulla terra, grattando via la patina dell’oblio. Recuperò e salvò la memoria della Lessinia senza nostalgia, sentimento di chi ha paura del nuovo. Nessuna paura del futuro negli occhi di Attilio, nelle sue dita grandi a correre veloci sui tasti di una tastiera, nelle sue email che dal Cóvolo partivano, in molte lingue diverse, verso il mondo. «Camposilvano è il centro della Terra», diceva. E lui era figlio di Silvano, il progenitore “kimbro” che dalla Danimarca percorse le terre germaniche per giungere e fondare la sua stirpe qui. Era il prediletto dalle fade a cui, uniche, regalò il suo cuore, dischiuse la sua tenerezza di amante. Era il figlio di Bertoldo, lui, lo scienziato di Camposilvano che, come l’astuto contadino metteva in ridicolo l’arroganza del Re, assertiva con saccenti professori, per poi non curarsene e dedicarsi con molta più passione ai loro studenti. Seduto su una pietra, davanti al suo museo, circondato da bambini, da ragazzi, da giovani, Attilio dischiudeva in poche parole il mistero della nascita della vita sulla terra, l’evoluzione del mondo vegetale e animale, fino al protagonismo, spesso distruttivo, della specie umana. Erano l’arroganza e la disonestà dell’Uomo a farlo arrabbiare, e accendevano in lui la tempra di un combattente indomito, capace di guardare negli occhi e di non abbassare mai lo sguardo. «Vai avanti. Non fermarti. Non avere paura. Fai cose grandi.» Quante volte sono salito a Camposilvano a cercare coraggio e ispirazione? Attilio mi aprì la porta per il mondo delle fiabe, e io geloso, perché lui soltanto sapeva dei baci e delle carezze della Fada Àissa Màissa, lui soltanto aveva penetrato l’antro della Fada Calamita, lui aveva fatto a pugni con Mùssele e Màssele, i due orchi dei Marognoni. Io a chiedere storie e lui a suggerirmi di inventarle, come in un infinito e interminabile filò. Le aveva cercate perfino nel cuore segreto della Lessinia, scendendo la Spluga della Preta per tentare di svelare il mistero di questa cicatrice impressa nelle carni della sua montagna. Di ogni ferita inferta dagli uomini alla Lessinia, Attilio portava i segni nelle sue rughe, perché lui era la Lessinia. Nella mappa impressa sul suo volto si poteva decifrare i segni della sua giovinezza, dei viaggi di emigrante, dell’amore totale per la sua montagna dove ha voluto tornare, negli ultimi giorni, per andarsene proprio qui, portato in volo da una fada dentro la spirale infinita di un’ammonite. (In ricordo di Attilio Benetti, 1923 – 2013)

La Redazione

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