MACEDONIA. Storie di frontiere

Esodo, marea, invasione. Ognuno sceglie le parole che la sua coscienza gli concede. Noi siamo stati in Macedonia. Più precisamente a Gevgelija e a Tabanovce, zone di confine e quindi snodi principali per i flussi di profughi. Vi raccontiamo i visi di quella carovana costante che sta attraversando i corridoi di mezza Europa.

C’è un giardino con l’irrigazione automatica, prima. Poi le cose normali finiscono. Scendo dall’auto che ci ha portato fino a Gevgeljia, città tra la Grecia e la Macedonia e mi guardo intorno. Disegna l’orizzonte una fila lunghissima, omogenea, spezzata solo dai controlli, o da chi, nell’attesa, si accampa per  terra. Mi ferma lo sguardo una bimba di appena un mese, che ha come culla il cartone degli scatoloni dell’UNHCR. Ci sono molti minori nel campo provvisorio dove inizia la Macedonia, costruito in velocità per allontanare il ricordo del 20 e del 21 agosto scorsi quando una Skopje impreparata aveva accolto i profughi con granate stordenti e gas lacrimogeno. Gli altri, quelli più grandi colorano sui fogli, sotto il tendone costruito dall’oganizzazione internazionale. Un maschietto vince la timidezza di bambino e mi mostra il suo capolavoro; al centro c’è una barca. Lo richiama la madre, o la sorella grande, non saprei dire, perché mi nega il volto. Più in là conosco Fatima, 8 anni, che protegge con attenzione il suo bagaglio; un sacchetto di plastica. Lo tiene in mano dalla Siria, l’ha trascinato in Turchia e l’ha tenuto  stretto tra le gambe sulla barca, prima verso le isole dell’Egeo e poi verso la Grecia. Lo apre per me, perchè veda i suoi tesori.

Mentre scrivo sono settemila i profughi arrivati in un solo giorno, sul suolo di  quella che alcuni ancora chiamano l’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia.

Il mese scorso la Croce Rossa nazionale ha assistito 30.000 migranti, più di 8600 bambini e più di 1200 donne in gravidanza. Molti di loro «soffrono di disidratazione, diarrea, scottature e vesciche»,  ci racconta  John Engendal Nissen IFRC, Emergency communication delegate per la Croce Rossa Macedonia. «Gli arrivi giornalieri sono imprevedibili- continua Nissen – secondo il Ministero degli Interni, l’80% dei profughi viene dalla Siria, il 5% viene dall’Afghanistan e l’altro 5% dall’Iraq. Il restante 10% viene da Pakistan, Somalia, Palestina, Congo, Camerun, Nigeria ed Etiopia».

Rotta balcanica. Flussi giornalieri di almeno 4mila arrivi hanno, come dire, dato dignità di nome a questa via che evita la traversata nel deserto e soprattutto sfugge la Libia e la sua gravissima instabilità.

Non si vogliono fermare, vogliono tutti proseguire. «Germania», «Finlandia», sussurrano, sottovoce per non far svanire il sogno, quando chiedo loro la meta, l’arrivo.

C’è un cartello rosa, appiccicato all’ingresso del campo, con il tariffario corretto, dove i prezzi per i trasporti sono scritti bene. Perché ci sono anche gli avvoltoi della disperazione, e sono tassisti, autisti di autobus che afferrano i vantaggi della situazione speculando su un viaggio che si vuole fare ad ogni costo. E pure in fretta, prima che l’Ungheria ultimi, all’inizio di ottobre, la costruzione della sua barriera metallica sulla frontiera meridionale. Prima, insomma, che l’Europa dell’Est chiuda tutto e ricominci con i suoi muri.

Si va anche a piedi.  Lo scorso aprile, quattordici persone sono morte investite da un treno in transito durante la notte, a Veles. Anche noi raggiungiamo  quell’opaco paesino dove passa la ferrovia  che dal confine greco-macedone porta alla capitale e poi si  srotola  per sessanta chilometri più a nord fino al confine serbo. Là incontriamo Lence Zdravkin, dolce e scattante casalinga macedone. Da due anni, da quando cioè sono iniziate ad arrivare le prime centinaia di profughi, lei  accetta, aiuta, offre. Un’eroina della micro-accoglienza che ad oggi, da sola, ha   assistito cinquantamila profughi.

La Macedonia è piccola, la percorri tutta per forza. E così dopo neanche tre ore di macchina arriviamo all’altro confine, quello serbo. A Tabanovce, rivedo la famiglia con la quale avevo condiviso, nel campo di Gevgelija, qualche parola e un sorriso. Mi riconoscono; di nuovo un sorriso e poi con i pezzi della loro vita, accatastati sul passeggino si avviano a piedi verso la Serbia. «Dopo i 500 metri per raggiungere la frontiera, percorrono altri 7 km per arrivare al primo villaggio dove possono trovare i mezzi di trasporto fino a Belgrado. Una volta arrivati hanno solo 72 ore per lasciare il paese ( anche il governo di Skopje concede 3 giorni ai profughi entrati illegalmente nel paese, poi scatta l’arresto, ndr)», ci spiega un volontario di Legis, ONG macedone che, nelle zone critiche, supporta i migranti.

Rivedo anche Firas. Giovane, siriano, con i Ray-Ban che gli coprono gli occhi. Qualche ora prima, sotto il sole greco, mi aveva raccontato il suo passato. Nella sua Siria faceva l’attore, ed era pure bravo, ma «c’erano le bombe».

«Partono non quelli disperati ma quelli che sono in una situazione disperata», conferma Alessandro Cadorin, coordinatore Caritas Italiana per i Balcani del sud.  L’11 settembre il Ministro degli Esteri macedone Nikola Poposki  ha annunciato che verrà costruita una recinzione sul confine tra Grecia e Macedonia. Probabilmente quel muro non servirà a niente. Perché chi non ha alternative non ha nulla da perdere.