L’anno più difficile per l’olio d’oliva italiano

Pianta di olive

Dopo la scarsissima raccolta 2014, è alto il rischio che il prodotto Made in Italy venga svilito da produzioni estere vendute come italiane. Il consumatore può però tutelarsi conoscendo e leggendo l’etichetta.

Tutelare il Made in Italy. Passa da questo semplice (o complesso) passaggio la possibilità di chiudere l’anno di EXPO con una crescita dell’esportazione e della vendita di prodotti italiani. Per certi settori merceologici la questione sembra più semplice, per altri abbastanza complessa.

Uno di questi ultimi è il settore olivicolo e oleario. La raccolta 2014 è stata molto bassa, le piante hanno sofferto una stagione molto piovosa e molti appezzamenti, anzi moltissimi, sono rimasti vittime della mosca olearia. Risultato: i produttori hanno potuto conferire molto meno rispetto alle medie degli ultimi anni ai frantoi, la produzione di olio nuovo è calata molto al di sotto delle aspettative (-37% rispetto al 2013) e di conseguenza l’olio italiano distribuito nel 2015 su raccolta 2014 rischia di diventare raro.

Questo implica due conseguenze. Da una parte l’aumento del costo. Secondo una ricerca approfondita pubblicata da Repubblica, si sono toccate, in fase di raccolta, punte di 4,4€ al chilo, valori superiori di quasi il 50% rispetto ai livelli del 2013. «Se dovessimo tarare il prezzo in base alla disponibilità di mercato» ha sottolineato Daniele Salvagno, presidente di Federdop e responsabile dei Frantoi Redoro, «vuol dire che le bottiglie di olio DOP (Di Origine Protetta, ndr) salirebbero anche a 9 o 10 euro alla bottiglia. Si tratta di un passaggio che è inaccettabile per il consumatore, che per lo stesso prodotto spendeva 6 o 7 euro. Il rincaro è fuori dal normale»

L’altra conseguenza è quella dell’esaurimento del prodotto in breve termine e della compensazione, per garantire il prodotto sulle tavole dei consumatori, con un aumento fino al 45% di olio importato. La produzione italiana, in anni di raccolta regolare, non può soddisfare il consumo pro capite di olio, immaginiamoci quindi cosa può succedere di qui ai prossimi mesi.

«Il rischio concreto» ha ribadito Salvagno, «è quello che tra le corsie dei supermercati e sulle nostre tavole, arrivino dei prodotti che riportano in etichetta informazioni fuorvianti sfruttando falsi marchi italiani».

Il presidente di Coldiretti, in un’intervista di qualche tempo fa ha sottolineato che «se saranno mantenuti i trend registrati si potrebbero registrare massimi storici di olio di oliva straniero con valori pari al doppio di quello nazionale».

Sulla qualità dell’olio d’oliva italiano possiamo essere tranquilli, dato che sono innumerevoli i controlli e gli accertamenti, come in nessun altro Paese europeo. Lo dimostra anche l’attività dell’AIPO (Associazione Interregionale Produttori Olivicoli), la più importante realtà associativa di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia con oltre 6000 imprese associate produttrici di olio extravergine di oliva. Questa associazione, con base a Verona, effettua controlli sia sulle materie prime che sui prodotti finiti, in un laboratorio interno attrezzato con strumenti d’avanguardia.

Oltre a questo, AIPO redige circa 50 bollettini annui con tutte le indicazioni tecniche agronomiche e fitosanitarie che vengono inviati agli associati per garantire una produzione di quantità e di qualità. «Purtroppo non sempre il produttore segue le nostre linee guida» ha affermato Enzo Gambin, direttore AIPO. «Lo scorso anno avevamo raccomandato già da maggio dei trattamenti contro la tignola (un insetto che rappresenta un pericolo in olivicoltura, ndr) che avevano anche finalità di diminuzione delle popolazioni di ditteri, ovvero la mosca. A luglio abbiamo poi inserito in bollettino specifici trattamenti contro la mosca olearia. Chi ci ha seguito ha salvato la produzione, chi non ci ha seguito ha perduto tutto. Possiamo affermare che il 60%/70% della mancata produzione 2014 è da imputare ad una negligenza produttiva».

Ma per non ripetere gli stessi errori, AIPO ha già stilato una traccia di quella che potrebbe essere la stagione 2015. «Abbiamo già una dinamica delle popolazioni del dittero (mosca olearia, ndr) e se le temperature non avranno picchi di 35/36°C  e non si abbasserà la media stagionale di pioggia dobbiamo prepararci ad affrontarla anche quest’anno». Questo significa che saranno importanti i trattamenti mese per mese. Ci sono rischi per questo che i prodotti vadano ad inficiare le titolazioni DOP? «No, l’importante è che non vi siano residui una volta che l’oliva viene raccolta. Siamo molto attenti a questo aspetto, e finché la legge ce lo permette raccomandiamo l’utilizzo di prodotti idrosolubili, i quali residui vengono eliminati nell’acqua di vegetazione che è residuo delle operazioni di spremitura».

Fermo restando quindi il controllo e la tutela dell’oliva prima e del prodotto poi, non resta che tutelarsi nel momento dell’acquisto. «In questo caso è indispensabile la preparazione e l’attenzione del consumatore» ha concluso Daniele Salvagno. «Come ripeto da sempre dobbiamo conoscere l’etichetta, saperla leggere. L’olio di oliva migliore è il DOP, ovvero raccolto da una determinata area e prodotto con olive solo di quell’area. Lo riconosciamo dalla sua specifica etichetta. Possiamo fidarci anche del 100% italiano, prodotto però da una miscela di olive raccolte, in ogni caso, in Italia». Sugli altri prodotti possiamo essere quasi certi che recheranno in confezione altre specifiche, come “prodotto da olive dell’Unione Europea” o simili, che sottolineano una produzione seppure a marchio italiano, con prodotto non italiano.