Il Liceo Maffei durante la Grande Guerra

Chiostro del liceo Maffei

Una scuola per la città. Due professoresse di storia e filosofia hanno scavato il prezioso archivio dello storico Liceo cittadino per ricostruire gli eventi che hanno coinvolto studenti, insegnanti e città durante la Grande Guerra.

Rarità. Sì perché di una preziosa rarità si tratta. È l’archivio del liceo classico Scipione Maffei. Custode di una memoria che risale al 1807, anno della sua fondazione, e giunge fino ai nostri giorni. Un patrimonio unico, per la sua organizzazione e cura, costantemente mantenuta negli anni. Una fonte irrinunciabile per chi volesse approfondire il ruolo della scuola durante la Grande Guerra.

Così è stato per due ricercatrici, entrambe professoresse di storia e filosofia, Agata La Terza e Manuela Tommasi. L’occasione si è presentata un paio di anni fa, quando si cominciava a parlare di Centenario della Prima Guerra Mondiale. «C’era l’idea di lavorare sulla storia sociale, tralasciando gli aspetti militari e politici ampiamente conosciuti». Cosa successe quindi nella città veronese, tra la gente, nella vita di tutti i giorni? Questa la domanda di fondo, che ha potuto trovare una risposta grazie a un lavoro di ricerca durato due anni e finanziato dalla stessa scuola, dall’Agsm e dall’Istituto Veronese della Resistenza, di cui le due autrici fanno parte da anni.

La ricerca ha quindi portato alla luce alcuni aspetti interessanti del rapporto tra scuola e città, tenuto ben presente che il Maffei era la scuola dell’élite veronese, formata da aristocratici, alta borghesia e industriali, quindi di una cerchia ristretta della popolazione locale veronese.

Il Maffei era una delle poche scuole di Verona, l’unico liceo classico, oltre al Lorgna, al Montanari e all’educandato Agli Angeli. Gli studenti iscritti oscillavano tra le 500 e 600 unità negli anni di guerra, mentre gli insegnanti erano pochi, una decina. «La loro maggiore caratteristica era l’impegno di ciascuno nella vita pubblica». Si andava dagli irredentisti, di origine trentina, a membri del comune, al presidente dell’Accademia di Agricoltura, Arti e Lettere. Da qui la connessione e il coinvolgimento della scuola nella guerra e nella sua propaganda.

Un coinvolgimento che, se in un primo momento non si era manifestato con evidenza, si paleserà chiaramente nel corso dei combattimenti. E sotto due aspetti: la costruzione della memoria e l’operosità patriottica. Due azioni, una propagandistica, l’altra più concreta, che insieme furono utili alla costruzione del consenso, anzitutto dei giovani studenti.

Un primo risveglio si ebbe a seguito della morte del professore Enrico Sicher, colpito da una scheggia durante il bombardamento di Verona del 14 novembre 1915. Si pensò subito alla costruzione di un monumento alla sua memoria, come si fece con l’Ara Virtutis per commemorare gli studenti ed ex maffeiani morti al fronte, tra cui Carlo Ederle e Tolosetto Farinati degli Uberti. A loro, «tenenti o sottotenenti, passati giovanissimi dai banchi di scuola o dalle aule universitarie al comando di truppe in prima fila», fu dedicata anche la pubblicazione de «I nostri eroi», con l’elenco completo delle loro biografie. Da questa raccolta, basata in gran parte sugli opuscoli provenienti dalle famiglie dei caduti, emerge chiara l’intenzione di rielaborare la memoria in senso retorico e patriottico, fino a falsare o censurare quanto scritto dalle stesse famiglie.

Il coinvolgimento della scuola si fece più concreto soprattutto dopo il 1917, quando a Verona arrivò un nuovo provveditore agli studi, Gaetano Gasperoni. Grazie alle varie iniziative messe in atto gli insegnanti furono impegnati in prima persona: nelle conferenze a favore del prestito nazionale, nella nascita dei comitati di ogni tipo (per la raccolta della lana, della carta, a favore dei profughi, etc). E non da ultimo, dopo la disfatta di Caporetto, furono organizzate lezioni pomeridiane di propaganda patriottica per gli studenti, con l’obiettivo di vincere la sfiducia e il pessimismo che ormai era diffuso tra la gente.

Le difficoltà però nella scuola non mancavano. A partire dall’assegnazione di una parte dell’edifico, un tempo convitto dell’antico convento domenicano, a favore dei soldati prima e dei profughi poi. Presenze che non mancavano di suscitare disordine e disagio per lo svolgimento delle attività scolastiche. Non poche, infatti, furono le polemiche sorte tra il prefetto e il preside, che voleva sospendere le lezioni per la precarietà in cui versava l’edificio, soprattutto a seguito del crollo delle arcate del chiostro.

Nel corso degli anni poi emersero altre problematiche, come la gestione delle lezioni di tedesco, che seppure non sospese, non potevano usufruire dei testi in lingua; le classi spesso spopolate, per il reclutamento degli studenti nell’esercito; oppure le difficoltà di trasporto per coloro che abitavano fuori città.

Lo spaccato di Verona, emerso da una prospettiva particolare, come quella della scuola, aggiunge un tassello importante a una storia della città durante la Grande Guerra che ancora manca di una sintesi generale e completa. Un contributo quindi che, come ci tengono a sottolineare le ricercatrici, «fruga nei meandri dei cuori e della mente», calandoci nel vivo della realtà cittadina in tempo di guerra.