Housing first, l’iniziativa de “Il Samaritano”

La Casa di Accoglienza Il Samaritano, realtà attiva a Verona da una decina di anni, offre ai senza tetto non solo un riparo, ma anche la possibilità di riprendere in mano la propria vita, cominciando proprio da quella “casa” da tempo persa e sostituita dalla strada.

Non c’è niente che scaldi il cuore più del calore della propria casa, soprattutto in inverno, quando il gelo ci spinge a fare in fretta, per tornare tra le mura domestiche il prima possibile. E quando la porta si richiude e il tepore ci avvolge, sentiamo quanto sia reale il vecchio adagio “casa dolce casa”. Non tutti, però, hanno la fortuna di avere un tetto sotto cui vivere. Ed ecco che, per queste persone, al tepore domestico si sostituisce il buio della strada. Un fenomeno in crescita, parallelamente all’aumento del numero delle persone che soffrono di dipendenze – da alcol, droga, gioco – e che, a causa di queste, perdono tutto quello che hanno, affetti compresi.

«C’è ancora molto bisogno di strutture di accoglienza per persone che vivono in strada» spiega Michele Righetti, direttore de Il Samaritano, cooperativa sociale e Casa di Accoglienza per persone senza fissa dimora voluta da Caritas Verona, attiva nella nostra città da una decina di anni. «Occorre però stare attenti a non creare cronicità, puntando a lavorare in modo che queste persone riescano a uscire dal circuito di grave marginalità in cui si trovano: se si vive in strada, significa che si è toccato il fondo e non si hanno punti d’appoggio. Per aiutarle in maniera significativa, bisogna pensare a un percorso che preveda una casa, un sostegno, ma soprattutto che preveda comunità, relazione, perché quello che soffrono, al di là dei problemi legati alle dipendenze, è proprio la solitudine». Non solo un posto letto per far fronte all’emergenza, quindi, ma la necessità di spingere verso una nuova direzione di vita, che porti all’uscita dalla grave marginalità in cui vivono. Per far questo è necessario ricreare, con il concetto di “casa”, una dimensione affettiva «le quattro mura, di per sé, non servono a nessuno, se sono vuote. Questo è il processo che bisogna innescare, riportando in vita il “profumo” di casa, innestandolo in un percorso legato all’accoglienza».

Basandosi su questo concetto, Il Samaritano opera non solo offrendo un letto all’interno di dormitori, ma anche attraverso il cosiddetto “housing first”, dando cioè la possibilità di vivere in una vera e propria casa, all’interno di un percorso che mira all’autonomia. «Questo concetto, nato in California, è basato sull’idea che la casa sia lo strumento che dà alla persona la forza necessaria a riprendere in mano la propria situazione» prosegue Righetti. La casa prima di tutto, quindi. «Abbiamo 17-18 appartamenti sparsi per Verona, destinati a questo progetto, e di recente abbiamo inaugurato, presso la nostra Casa di Accoglienza, 8 mini appartamenti (che si affiancano ai 34 posti letto nel “classico” dormitorio, ndr), per portare questo modo di accogliere anche all’interno della struttura del dormitorio, elemento, quest’ultimo, che riteniamo debba essere concettualmente superato».

L’ingresso nelle unità abitative non è dato dal merito, ma dal bisogno. «Ci sono persone – chiarisce Righetti – che sono in condizioni di disagio ancora maggiore rispetto ad altre, che non riescono a stare in un contesto di dormitorio, perché quest’ultimo richiede competenze relazionali di spazi, di vita, di convivenza non sempre scontate. Ecco che queste persone vengono portate nelle unità abitative. Intorno a loro costruiamo poi un progetto, insieme ai servizi sociali, incentrato sui loro bisogni, un progetto condiviso, accettato e condotto, in primis, dalla persona».
Sulla base di questa prospettiva, l’intera struttura, compresa quella del dormitorio vero e proprio, è stata ripensata, in modo da essere trasformata in uno spazio aperto, adatto a favorire la reale condivisione di esperienze e fragilità, con una decina di stanze da 3-4 posti letto, pareti colorate e locali di servizio confortevoli, arredati con mobili in legno realizzati grazie alla collaborazione tra gli studenti di design del Politecnico di Torino e gli ospiti stessi. Un’opera di restyling completo, finanziata dalla Diocesi di Verona e dalla Fondazione San Zeno, per far respirare, anche nella concretezza, un concetto di profonda e reale “accoglienza”, ribadito – nel caso ce ne fosse bisogno – da una scritta posta all’ingresso della struttura, tradotta in più lingue: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”.