Ode alla ciliegia che fu

A partire da quel plurale che è per molti un vero castigo; penzola succoso e ammiccante dai tanti alberi che puntellano la collina veronese, avvinghiato ad un gambo sottile, immerso nel rigoglio di una chioma verde liscia e lucente: si scriverà “vendita ciliegie” o “vendita ciliege”? Fosse lì tutto il dilemma. La questione non sta tanto nell’ortografia della parola “ciliegia”, ma nella riuscita della “vendita”.

In Giappone si chiama “Hanami Sukura”  e identifica i festeggiamenti che si svolgono durante la primavera in corrispondenza della fioritura delle piante di ciliegio. Dal VII secolo a.C. i giapponesi migrano a flotte verso località dove si può contemplare la meraviglia di questo momento in cui la natura esplode in un misto di spensieratezza e fiducia, semplicità e magnificenza, espliciti ammiccamenti e fragili promesse. Qui ci si siede sotto i ciliegi in fiore a fare un pic-nic (anche notturno se sono state installate delle luci ad hoc per poter ammirare lo spettacolo), e si assaporano cibi al gusto di fiori di ciliegio confezionati per l’occasione. Se per i nipponici le corolle biancorosate sono simbolo di rinascita e di fragilità, per noi italiani, e veronesi nello specifico, sono maggiormente i loro frutti, rossi e turgidi, a vivere un momento delicato, se non, a volte, disastroso. Dagli anni ’60, tempo in cui l’Italia la faceva da padrona nella produzione e nel commercio della ciliegia, le cose sono cambiate di molto e oggi i produttori del frutto rosso si trovano in condizioni critiche. Secondo i dati FAO, fino al 2013 l’Italia si trovava al quarto posto nel mondo nella coltivazione delle ciliegie, anche se era l’unica ad avere subito un calo netto della produzione e della commercializzazione in questo settore. La situazione, poi, non sembra essere affatto migliorata. Anzi. Sempre secondo le stime della FAO, negli ultimi tre anni le prime posizioni sono state occupate da Russia, Turchia e Polonia. E dell’Italia non c’è traccia. Per quanto riguarda Veronaprima città del Veneto nella coltivazione di ciliegie (il Veneto è il terzo produttore italiano dopo Puglia e Campania), negli ultimi anni la nostra città ha dovuto affrontare perdite pesanti sia nella produzione che nei guadagni. Questo per svariati motivi. Dal 2016 il “prunus avium”, che produce ciliegie dolci (le specie prodotte maggiormente nel veronese sono la “mora di Cazzano”, il durone nostrano, le ciliegie Giorgia e Ferrovia), è stato devastato dalla presenza della “drosophila suzuki”, un parassita di appena due millimetri che ha provocato perdite per milioni di euro. Secondo Confcommercio, inoltre, gli agricoltori, sono anche vittime dei margini sempre più ampi realizzati dai commercianti all’ingrosso. Se a questo si aggiunge la concorrenza straniera, Turchia in primis, che produce buone ciliegie ad un prezzo inferiore del nostro, e si tengono in considerazione i cambiamenti climatici che tra maturazione precoce e temporali di stampo tropicale finiscono per danneggiare i raccolti, viene d’obbligo chiedersi quale sarà il futuro del frutto e dei fiori di ciliegio tanto amati dai giapponesi.

 

 

A dir la verità, qualche agricoltore ha già riconvertito la coltivazione scegliendo tra gli altri nocciole, bambù o lumache (la cui bava viene utilizzata per i cosmetici e pagata molto bene); altri sono passati al biologico, oppure hanno cercato di differenziare la produzione producendo marmellate e succhi di ciliegia. Altri stanno ancora aspettando di capire dove li condurrà il futuro. Nel frattempo il mercato continua a cambiare vorticosamente, ad una velocità di molto superiore di quanto riesca a fare l’agricoltura. E mentre negli USA si cerca di riassorbire la produzione interna (del Michigan su tutti) aggiungendo l’aroma di ciliegia anche alle bibite più comuni (Coca-cola, Sprite, 7Up), il mercato europeo si suddivide tra chi preferisce le ciliegie dal colore rosso scuro (il nord), rosso Ferrari (Regno Unito) o rosso standard (i tedeschi). Soddisfatti questi clienti e i vezzi sempre più elaborati dei vari clienti, ci si trova a dover gestire tonnellate di frutta sana e buona ma praticamente invendibile perché non perfetta, magari non bella e lucida, oppure leggermente ammaccata o rovinata, sintomo anche del fatto che l’offerta è maggiore della richiesta. In attesa di risposte, rispolveriamo almeno il suo plurale: si scrive “ciliegie”, con la “i”, dritta come un’autostrada che porta chissà dove, e sopra un puntino, come un cappellino pieno di punti interrogativi.

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