L’epica segreta delle grotte che parla a tutti noi

Agli occhi di molti la speleologia appare come un’attività alquanto originale e sono in tanti a giurare che per nulla al mondo si inoltrerebbero negli abissi della terra affrontando il buio e il silenzio più totale. Quello di cui la maggior parte di loro non è consapevole, è che in ognuno di noi albergano gli istinti dello speleologo: la curiosità di esplorare, di sondare la parte sconosciuta e misteriosa del terra, dell’universo e nel contempo di noi. Insieme a questo, la speranza e il sogno che ci hanno trasmesso sin da bambini, quello di trovare, un giorno, il mitico tesoro smarrito, l’isola dei miracoli, la formula magica, di fare, insomma, la scoperta delle scoperte, che salva noi e il mondo, o, forse, che salva noi dal mondo.

Il territorio della Lessinia, con la miriade di grotte, antri e cunicoli che si aprono, si schiudono e boccheggiano tra pascoli, rocce, vaj e boschi, non è solo amato dagli speleologi di tutto il mondo, ma è anche teatro nel quale i montanari, fin dai tempi più antichi, hanno amato rappresentare le storie nate dalla loro immaginazione. O meglio, dalla loro osservazione.

Visione, emozione e sogno sono alla base della nascita di qualsiasi storia, e per i montanari che vivevano in Lessinia prima dell’avvento della televisione, lo scenario del loro immaginario era rappresentato dalla natura circostante.

Una delle sedi privilegiate dei loro racconti erano proprio i busi che da sempre puntellano l’altopiano a nord di Verona. Luogo privilegiato del fantastico sin dai tempi antichi, le grotte hanno rappresentato di volta in volta la regressione verso il ventre materno e quindi la rinascita, oppure la morte e il seguente percorso infernale (il Paradiso era solo dei Santi).

Nei racconti lessinici raccolti da Attilio Benetti, custode e cantore delle storie ambientate nel Covolo di Camposilvano e nelle grotte del territorio circostante (come ad esempio i covoli di Velo e la grotta Perloch), i montanari depongono spesso negli oscuri abissi la speranza di realizzare i propri sogni. Secondo queste narrazioni, in Lessinia esiste una rete sotterranea di cunicoli che collegano tutti gli antri del territorio.

Al centro di questo mondo occulto si apre un grande stanzone, dove, si dice, abiti la Regina delle fade. Queste sono definite come esseri tra l’umano e il soprannaturale, continuamente in bilico tra il Bene e il Male, e ad esse appartengono infatti sia i tratti della fata che quelli della strega. Prima di essere condannate dal Concilio di Trento a vivere per sempre nell’oscurità delle grotte come esseri infernali, esse vivevano in armonia con i montanari, ai quali avevano svelato i loro segreti (avevano insegnato loro a fare il formaggio e a sbiancare la lana), ottenendo in prestito da loro arnesi da lavoro e la possibilità di partecipare ai filò nelle contrade. La loro scomparsa, però, non lascia indifferenti i montanari, e se in molti avevano voluto allontanarle perché sospettate di vari misfatti, permane tra di loro un sentimento fatale: la nostalgia, il rimpianto per un tempo mitico che non c’è più, per una civiltà che guardava con speranza e coraggio ad un futuro di progresso, in cui la collaborazione reciproca e l’accettazione del diverso erano motivi di arricchimento.

È così che, le grotte in cui vivono, diventano, nell’immaginario montanaro, non solo luogo infernale, ma quell’Eldorado a cui anelare per realizzare i propri sogni di armonia e ricchezza, in cui è possibile spogliarsi della fatica della terra e delle stagioni, delle dure leggi della montagna e delle vette a volte troppo monotone e mute.

E poco importa, in fondo, se in realtà il sogno non si potrà avverare, perché il mondo delle grotte si rivelerà come promesso a chi lo vorrà affrontare, ossia spietato, crudele, privo di valori. Ciò che importa è che, nonostante i messaggi scoraggianti dei racconti, resiste l’anelito indomito di certi montanari che decidono di vendere l’anima al diavolo pur di realizzare i loro sogni.

A guardare tutto questo con lo sguardo di oggi, ciò su cui è importante interrogarsi è se i montanari della Lessinia contemporanea hanno ancora voglia di sognare e, soprattutto, se i loro sogni possiedono quella forza che contraddistingueva i loro antenati o se, invece, la paura e la sfiducia li conducano alla rassegnazione.

I sogni non sono solo materia per gli scrittori e per gli ingenui. I sogni sono il motore che ha fatto nascere tutte le grandi civiltà, perché è nel pensare e nel desiderare delle grandi imprese che si esce dal già visto, dal già sperimentato. Dal già vissuto. Per progettare un futuro all’altezza di ciò che ogni uomo ed ogni territorio merita.

 

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