Le foibe, l’esodo, i campi profughi: una tragica storia che non va più nascosta

foibe

Questa è la storia di un popolo a cui è stata tolta con forza e violenza la propria amata terra, di un passato che vuole emergere con forza per far conoscere e ricordare a tutti quello che è accaduto nei luoghi istriani, fiumani e giuliano-dalmati.

di Ingrid Sommacampagna

«Per liquidare i popoli si comincia col privarli della memoria, si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopodiché il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancor più in fretta» (Milan Kundera). Ma i libri rinascono, vengono riscritti e raccontano la verità su quegli italiani che vennero uccisi nelle loro terre istriane, fiumane, giuliano-dalmate, senza distinzione di sesso, età, fede politica o religiosa. Sono 350mila gli esuli fuggiti e sradicati con violenza da quelle terre native e frammentati nei campi profughi lungo la penisola, e più di 11mila gli infoibati o relegati nei campi di sterminio.

Cenni storici 

Fin dall’antichità Istria e Dalmazia appartenevano alla Roma imperiale, mentre nei secoli successivi passarono alla Repubblica Serenissima di Venezia, usando l’italiano, come lingua ufficiale, e il dialetto veneto come lingua del volgo. Con la Prima Guerra Mondiale le terre furono occupate dall’Impero austro-ungarico e la gente di quei luoghi fu mandata a combattere sul fronte russo visti i loro sentimenti filo-italiani. Finita la guerra Istria e Dalmazia si ricongiunsero alla madrepatria italiana. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Istria e Dalmazia vennero cedute per 35 anni alla Jugoslavia comunista di Tito, che instaurò un regime di repressione, di violenza, attuando una feroce pulizia etnica, avvenuta con l’accondiscendenza della classe politica italiana del dopoguerra e con il consenso delle potenze anglo-americane, secondo un piano ben preciso. Perirono migliaia di persone causando l’Esodo delle genti istriane, fiumane e dalmate, costrette ad abbandonare le proprie terra per trovare rifugio nei campi profughi allestiti lungo la penisola, con l’obiettivo di frammentarle e dividerle, per poi inviarle nelle Americhe, in Canada, Australia e Nuova Zelanda o nei più remoti angoli della terra. Le vittime, con il solo torto di essere italiane, furono gettate nelle foibe, cavità a cielo aperto che possono raggiungere la profondità di 450 metri, tipiche del Carso, un terreno brullo che inizia a nord della Carinzia, prosegue lungo l’Istria e la Dalmazia e si estende fino alla Macedonia. Le persone venivano legate in coppia a due a due, con filo di ferro che tagliava i polsi; il primo veniva freddato con un colpo di pistola alla tempia trascinando l’altro nell’abisso. Oppure, i malcapitati finivano in fondo al mare con una pietra legata al collo. Sulle foibe fu mantenuto silenzio per volontà dei governi succedutisi dal 1946 ad oggi, per timore che l’Italia e i governi delle grandi potenze venissero tirati in causa rispondendo di complicità. Anziani, donne e bambini cadevano nelle mani dei titini subendo ogni tipo di abuso, percosse, torture, umiliazioni e stupri. Dopo la morte di Tito tutto saltò in aria. Il 10 novembre del 1975 vennero riconosciuti i confini del «Memorandum di intesa», firmato il 5 ottobre del 1954 a Londra, da Italia e Jugoslavia, in cui si decideva che la zona A restava all’Italia e la zona B sotto l’amministrazione jugoslava, e in cui l’Italia rinunciò definitivamente all’Istria, a Fiume, al Quarnaro e alla Dalmazia. Dal 1991, dopo il conflitto tra Serbia, Croazia, Slovenia, Macedonia e Bosnia Erzegovina per ottenere l’indipendenza, dove morirono cinquecentomila persone, le terre passarono per la prima volta in mani slovene e croate.

Il dramma di Silvano Manzin

La ricerca della verità e dell’obiettività non può più essere celata, perché questo tragico dramma accaduto nel corso e alla fine della Seconda Guerra Mondiale va fatto conoscere al maggior numero possibile di persone. Come quello di Silvano Manzin, autore di «Italia Ingrata. Ricordi e rabbia di un profugo istriano» (Tabula Fati, 2016), nato l’8 aprile del 1940, a Sossi, minuscolo paesino tra Rovigno e Canfanaro nei pressi del Canal di Leme, un fiordo che si insinua per undici chilometri nell’entroterra, in provincia di Pola, capoluogo dell’Istria. A Silvano vennero uccisi gli zii Piero e Anna. Anna, sorella della madre di Silvano, di soli 19 anni, fu stuprata più volte, costretta a scavarsi una fossa con una vanga e uccisa da una raffica di mitra; poi la stessa sorte toccò alla cognata ventiduenne Milka, accusata anch’essa di essere una spia al soldo dei tedeschi, la classica accusa di chi non aderiva al comunismo; fu stuprata e una volta arrivata alla foiba, fu presa in giro da una donna che la spinse nella cavità, vantandosi poi in paese di essere un’eroina per questo. Manzin subì un profondo trauma, e ancora oggi, quando racconta le vicende della sua famiglia, l’esperienza dell’esodo e dei campi profughi, i suoi occhi si riempiono di lacrime.

Il compito della memoria

La storia e le tradizioni di quei luoghi sono mantenute vive grazie ad attività come quelle di Gabriele Bosazzi, con l’associazione «Cristian Pèrtan», amico che spingeva al ricordo di questa tragedia con attività oltre confine, e presidente di «Famia Ruvignisa», associazione nata nel 1958 che raccoglie gli esuli da Rovigno, con 1500 soci sparsi in Italia e nel mondo, pubblicando una rivista bimestrale «La voce della famiglia rovignisa», e organizzando raduni annuali a Rovigno. Il Centro ricerche storiche di Rovigno, si occupa dello studio di archivi anglo-americani e jugoslavi che narrano delle vicende di quelle terre, scoprendo novità su certi eventi rimasti celati, con la disponibilità di studiosi croati che cominciano a confermare quella verità nascosta. Questo dramma è una pagina rimasta strappata troppo a lungo della storia d’Italia, con migliaia di innocenti vittime massacrate che vanno ricordate sempre e non solo nel Giorno del Ricordo istituito dalla legge 92/2004, data in cui nel 1947, l’Italia firmò il Trattato di pace imposto dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, in base al quale cedette gran parte delle conquiste della Grande Guerra alla Jugoslavia.

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