La contrada, quel microcosmo ragionato

Ph Aldo Tanara
(Foto di copertina di Aldo Tanara)

I luoghi dell’abbandono sono avvolti in un assordante silenzio. Non è facile crederci, eppure, un tempo, nel vuoto che risuona oggi come l’eco di un canto antico, pullulava il frastuono della vita. Qualche volta, anche per lo spazio imprevisto di una sera di fine estate, se ne può percepire il battito lontano.

Sembra che tutto sia stato lasciato in ordine, a parte forse qualche cantuccio che rivela fughe frettolose: persiane scolorite lasciate cadere come palpebre chiuse, insegne arrugginite, scritte sbiadite sui calcinacci scomposti. Qua e là rigagnoli di lacrime che penzolano sull’uscio delle case, porte che hanno il compito di preservare per sempre i fantasmi di un tempo smarrito.

La Lessinia conserva un vasto patrimonio di spazi abbandonati, lasciati dopo il grande esodo del trentennio che va dal 1950 al 1970 circa. Tra questi, le contrade, composte da piccoli agglomerati di edifici scelti ed organizzati in maniera funzionale dai montanari di un tempo. La posizione in cui sono sorte non è stata frutto di scelte casuali. Esse, infatti, sono inserite in contesti ambientali che le riparano dal vento, dal freddo, e vicino alle sorgenti d’acqua. La costruzione delle abitazioni è stata pensata in modo che lo spazio a disposizione fosse sfruttato nel migliore dei modi, per cui spesso si è scelto di edificare un unico fabbricato composto da una serie di case a schiera, nel quale le abitazioni residenziali erano frequentemente inframmezzate da stalle e fienili. Scelta che voleva creare un’agevole convivenza tra casa, lavoro e servizi. La contrada, quindi, può essere definita come un piccolo microcosmo ragionato in cui tutto è stato pensato e organizzato con lo scopo di raggiungere un’autosufficienza economica e sociale. Per chi ci viveva, insomma, essa era il proprio piccolo centro del mondo, e lì trovava tutto ciò che poteva desiderare.

Per alcuni, anche la contrada Tavernole, a circa due chilometri dal comune a cui oggi appartiene, San Mauro di Saline, era il centro del mondo. E del centro aveva tutte le velleità, tanto che, al pari di altri nuclei che sono a tutt’oggi municipi di discreta importanza, faceva parte dell’elenco dei Tredici Comuni Veronesi (o Montagna Alta del Carbon) di cui si inizia a parlare nel XIII secolo. Tavernole sembra avere un’origine antichissima, tanto che, derivando la sua denominazione dal latino “taverna” o “tabernula” e non avendo un corrispettivo cimbro, si pensa che la sua origine sia precedente all’arrivo del popolo germanico alla fine del 1200.

Anche il suo nome non è causale, poiché tutte le contrade, soprattutto le più abitate, possedevano un’osteria. Fino agli anni ’70 a Tavernole si potevano trovare, oltre al bar, anche un piccolo negozio di alimentari e un negozio di biancheria-merceria. Era inoltre attivo l’oratorio di San Domenico costruito nel 1693. Lontana dal centro del paese, e abitata fino alla fine degli anni ’60 da un centinaio abbondante di persone (si è arrivati anche a sfiorare i 150 abitanti nei primi decenni del ‘900), a dispetto dei circa 20 abitanti attuali, Tavernole era riuscita anche ad ospitare la propria scuola, peregrina da uno stanzone all’altro del piccolo centro, messo a disposizione da qualche contraente, gestita da una maestra che alloggiava a casa di qualche famiglia per tutto l’anno scolastico. Il freddo e la neve dei rigidi inverni montani non erano più un problema, quindi. Per raggiungere la scuola si dovevano fare due passi, e gli adulti non dovevano percorrere chissà quali distanze per andare a lavorare, trovare qualcuno con cui fare una chiacchiera e bere «on bon goto de vin», condividere gli ultimi pettegolezzi, al lavatoio o in qualche stalla dove ci si trovava per «far filò», acquistare un po’ di farina o le lenzuola per la dote.

Appare ancora più prezioso, oggi, nel grande appiattimento voluto dalla globalizzazione mondiale, il forte senso identitario che caratterizzava questi piccoli centri, reso più forte dalle difficili condizioni di vita della popolazione, che incoraggiavano la solidarietà, la condivisione, l’impegno nella gestione dei beni comuni. Il senso di appartenenza, però, non si dimentica facilmente. E a Tavernole, ogni anno, in una sera d’estate, si riapre il vecchio oratorio, si lucida il Tabernacolo e si rinfrescano i Santi per poi dire la Messa. Alla fine ci si ritrova a banchettare, scorgendo visi e sorrisi conosciuti, ricordando un tempo che continua a sopravvivere nella memoria di chi c’era.

E, sempre ogni anno, si ritrovano per una grande festa, le “ragazze di Tavernole”, quelle che l’anagrafe chiama spesso “nonne” ma che lo spirito continua a preservare intatte. Lasciano per un giorno le loro nuove case, la loro vita da adulte, si ornano e si imbellettano. E quando si ritrovano, nemmeno un giorno sembra essere passato da quel tempo in cui Tavernole era testimone muta della loro giovinezza e dei loro sogni. Il silenzio che aleggia nelle vecchie contrade, e Tavernole non fa eccezione, non è un silenzio vuoto.  Dentro ci rimbalzano voci, sussurri e canzoni, e aleggiano profumi antichi, di fieno, di stalla, di fumo, di castagne abbrustolite. È un vuoto animato di strani spiritelli, di immagini sfocate, di piccoli fantasmini: gente, andirivieni, feste, bambini, preti e vescovi, preghiere, litigi, corse, messe. E poi amori, amicizie, guerre di confine, matrimoni, donne col pancione.

Un vuoto pieno di vita. E di nostalgia.

La tradizionale festa in contrada Tavernole

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