Alessandra, la “Carla Bruni” delle nuvole

Alessandra Pezzo da diciassette anni è pilota di aerei per trasporto passeggeri a medio-corto raggio. Un mestiere che mette a dura prova, costringendo il pilota a stare lontano da casa più giorni e ad affrontare sovente la solitudine. Un lavoro che permette di tenere per mano il piacere del viaggiare, con una privilegiata visuale sul mondo.

Con quel sorriso balza all’occhio una certa somiglianza con Carla Bruni, l’ex modella, cantante e first lady francese. Alessandra Pezzo invece è tutt’altro: abita nell’est veronese e di mestiere fa la pilota per Alitalia. «Non avessi fatto quello? Ne ho pensate tante in passato: mi sarebbe piaciuto essere cuoca. Oppure architetto». Non ingannino queste risposte, all’apparenza normali. Dopo studi classici, in parallelo al corso di laurea in ingegneria gestionale, Alessandra ha deciso di intraprendere tutt’altra strada professionale seguendo la scia del padre, il quale inizialmente non vedeva di buon occhio la scelta della figlia. Così, dopo la licenza da pilota privato, quella di volo strumentale, diverse ore di volo negli Stati Uniti e la licenza da pilota commerciale, è arrivato il superamento delle selezioni di Alitalia. «Sin dai primi tempi ho avuto la fortuna di poter respirare il “sapere del volare” di un gruppo con più di sessant’anni di storia e con una notevole capacità di addestramento. Anche se per me sono passati solo 17 anni, si può dire che fosse un’altra epoca: ora si susseguono crisi, ma allora Alitalia era ancora un nome di prestigio».

Un mestiere estremamente impegnativo, come ci racconta subito dopo: «I turni sono minimo di 10 ore ed a volte si arriva a 12, lavorando anche cinque giorni consecutivi e rimanendo spesso via da casa. Oltre ad aggiornamenti mensili, sosteniamo due esami all’anno con simulatori di avarie, un altro test su capacità e conoscenze, una visita medica: ovviamente dobbiamo superarli tutti per continuare a lavorare».Testa fra le nuvole? Al contrario: pure dopo il decollo, inserito l’autopilota, la mente di chi conduce un aeromobile non può permettersi di divagare, costretta ad esaminare continuamente la strumentazione di bordo e concedendosi unicamente pochi piccoli svaghi come una chiacchiera con collega di turno. Il segreto? «Avere sempre il margine giusto, valutare che le risorse a tua disposizione siano sempre superiori ai rischi da prendere». Impossibile non riportare un insegnamento simile alla vita di tutti i giorni.

 

Una scelta di  “vita raminga”, come la definisce Alessandra, dettata dal piacere di viaggiare e dal fascino del volare. Con i suoi lati negativi, come l’assenza da casa oppure dover fare i conti con la solitudine. Ma anche quelli positivi, a tal punto dal sentirne la mancanza nei periodi in cui è stata costretta a terra: «Andare in Puglia, in Inghilterra, in Russia e mangiare sempre cibi diversi lo adoro, tanto da rimpiangerlo quando ad esempio, in gravidanza, ero a casa, costretta ovviamente a mangiare le “solite” pizza, pastasciutta, cotoletta. E poi avere cielo limpido e vedere le costellazioni, la luna, le nubi temporalesche, ma anche le Alpi, l’illuminazione delle città, perfino le piste da sci e le lucine isolate sui monti… è spettacolare».

 

Un pensiero sulle compagnie low-cost
Un divario netto contraddistingue, secondo Alessandra le compagnie storiche da quelle a basso costo: «Al tempo ho dovuto svolgere quiz mai visti, incontrare uno psicologo, sostenere una prova di inglese, compiere esercitazioni al simulatore. A Roma ho svolto un corso per il quale studiavo anche la notte, ad Alghero addirittura affrontai un esame studiando nelle uniche 12 ore avute a disposizione. Dopo altri quattro mesi di addestramento arrivò l’abilitazione a pilota di Airbus A320». La conclusione sembra consequenziale: «Un addestramento da un anno e quattro mesi non può essere come quello che può avere, per quello che ne so, un pilota di una low-cost. Non è la stessa cosa, per quanto l’economia stia dando ragione a queste compagnie che riescono ad andare avanti “tagliando qualche angolo”».

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