Il tracciatore di piste

Abbiamo accompagnato Maurizio Mazo nella sua nottata “tipo” da trent’anni. Partenza alle tre e via a sfidare nevicate e tempeste, battendo le piste per i fondisti e per i pedoni. Un lavoro silenzioso e costante punteggiato da quotidiano eroismo e premiato da certe albe incredibili.

 

Ci svegliamo nel cuore della notte. Sulle note di una bufera facciamo muovere i grossi motori dei due Gatti delle nevi. Hanno pure un nome: il 100 e il 500, cingolati con la corazza rispettivamente rossa e nera, visibili come le creature selvagge solo dagli sportivi mattinieri (i primi li abbiamo avvistati alle 6 del mattino). In sella ad uno c’è Marco Melotti, gestore del Rifugio Bocca di Selva (dal 2009). Noi saliamo però con un altro uomo delle nevi, o meglio, “un orso delle nevi”, citando Elena, gagliarda figura abbarbicata nella casetta di legno che fa da biglietteria sulle piste da fondo. Geloso del suo “gatto” come i veri aficionados. Persona solitaria, anche se non si direbbe, Maurizio Mazo va indietro con la memoria: dalla stagione 1987-88 ad oggi sono trent’anni. E non ha mai detto basta, se non nei ritagli di tempo spesi a sistemare una perdita d’olio o una pala bloccata mentre imperversa una tempesta.

 

Cinquantaquattro anni, elettricista dalle 8 alle 19, operatore del Gatto delle nevi da ottobre a Pasqua, dalle 3 alle 8 di mattina, indicativamente. Come fa a reggere, lo può capire solo chi come lui riesce a rilassarsi nel mezzo del nulla apparente, a rimanere sveglio sotto lo sguardo accecante del buio della notte. Con Maurizio, oltre a Marco Melotti, c’è Francesco Vinco, che si prende cura delle pedonali tra Castelberto e le Fittanze. Tutti e tre sono di Lessinia Turistport, la società che dagli anni Novanta ha in concessione la gestione delle piste da fondo. A loro si devono le piste battute, utilizzabili da fondisti e pedoni (su percorsi separati, ci tengono a precisare). Se riusciamo a raggiungere luoghi come Bocchetta Gaibana o una delle vette più suggestive della Lessinia come cima Mezzogiorno, non è certo perché la montagna si risveglia così. Ogni notte, durante la stagione, c’è qualcuno che apre varchi nella neve, giusto «per il piacere di vederli nascere», come spiega il più longevo dei tracciatori di piste in Lessinia. E non è nemmeno facile. Di notte non ci sono punti di riferimento, solo i paletti che segnano la direzione.

I rischi sono sempre dietro gli accumuli di neve, meglio conosciuti come “cavallette”, o “sgonfe”, in dialetto. Quando c’è una bufera il Gatto delle nevi «si deve fermare». Il paesaggio si appanna e tutto diventa pericoloso, «la montagna mostra tutte le sue asperità». E tu sei lì da solo, con una radiolina che, ogni tanto, il tuo compagno di alzatacce attiva, per conoscere la tua posizione, la forza del vento o la scarsa visibilità. Ogni tanto sulla superficie vergine della neve si vedono le tracce di animali, volpi, per la maggior parte, e di lupi, con le loro grosse impronte. Ne hai mai visto qualcuno? Domanda scontata. «Lupi? Un paio di volte in vita». Non lo si fa certo per vedere un lupo, questo lavoro. «Passione», l’unica via di salvezza se si vuole sopravvivere a queste alzatacce. «L’apice della soddisfazione? L’alba». Poi corri tutti i giorni e addosso ti scivola anche la bellezza della neve, mentre «quassù non succede mai». «Eroe della neve? Forse solo per una persona, per mia figlia Greta, che io chiamo Titty».

Tra storie vere e leggende:

Vaio delle Butele: siamo in zona pozza del Rondinello. Si narra che nell’antichità due ragazze in questa piccola valle siano state sbranate dai lupi.

Dosso del Pirolin: sul crinale che va verso cima Mezzogiorno, si costeggia il filo spinato che fa da confine tra Veneto e Trentino. Al tempo degli austriaci c’era una caserma, che i finanzieri usavano per contrastare il fenomeno del contrabbando. Tra i trafficanti di caffè e zucchero c’era un personaggio detto Pirolin, che morì in una tormenta mentre tornava da uno scambio sul sentiero della Vecchietta.

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