Guardare oltre le vette con i nostri Don Matteo

Da Don Camillo a Don Matteo le cose non sono cambiate poi tanto. Per fortuna o no, viviamo in un Paese in cui le figure di riferimento da un punto di vista sociale e morale, specialmente nelle piccole comunità, sono rimaste le stesse. Ma, soprattutto, ne è rimasto il desiderio.

Di Michela Canteri

Di questi tempi, ne abbiamo continue prove, la politica fatica a farsi sentire vicino alle persone che, ahinoi, rispondono con la disaffezione e la sfiducia. La religione, invece, a dispetto delle polemiche e degli scandali a carico della Chiesa, sembra continuare a creare un certo interesse. Non che non si levino voci di malcontento, di sfiducia, di irritazione. Certo. Però basta sentire l’ondata di freschezza portata in Lessinia dall’arrivo di nuovi parroci in questi ultimi mesi e anni, per capire che le loro figure un senso continuano ad averlo.

L’entusiasmo con cui li hanno accolti le loro parrocchie (oggi Unità Pastorali), significa che le comunità desiderano avere una guida, sentire che qualcuno veglia su di esse e le accudisce con amorevole pietà. Ciò che di insolito caratterizza alcuni di questi sacerdoti, soprattutto per la Lessinia, sono i loro segni particolari: belli, brillanti e… giovani.

Don Nicola Giacomi, che ha preso servizio a Tregnago, ha quarant’anni tondi; Don Matteo Zandonà, parroco a Roverè, ha da poco superato i 30, e Don Fabio Gastaldelli, a Cerro, i 30 non li ha ancora compiuti. Fanno un secolo in tre. Il loro compito, non facile, sarà quello di traghettare la Lessinia verso un futuro di pace, garantita dal radicarsi di quell’amore assoluto che fa parte di tutte le religioni. Là, sulle vette delle nostre montagne, appiccicati al cielo, si respira aria di libertà, di profonda pace, di armonia. Se Dio abita veramente lì (e chi non lo spera?) non può odiare nessuno.

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