Sdegno per il caso dell’asilo di Verona: la violenza sui social non è giustizia
di Alessandro Bonfante
I recenti fatti di cronaca riguardanti i maltrattamenti in un asilo nido di Verona hanno comprensibilmente scosso l’opinione pubblica. Come riportato nei nostri precedenti articoli sulla vicenda delle cinque educatrici interdette e sulle relative indagini condotte dai Carabinieri, i dettagli emersi sono gravi. Tuttavia, la risposta emotiva registrata sui nostri canali social impone una riflessione che separi lo sdegno dai principi del diritto e del buonsenso.
La violenza verbale di alcuni commenti pubblicati dagli utenti sui nostri canali social ci ha costretto a cancellarne alcuni e a queste puntualizzazioni.
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Molti lettori hanno criticato la decisione di interdire le indagate dalla professione per “solo un anno”, interpretandola come una condanna troppo lieve. Questa però non è la sentenza definitiva, ma una misura che serve a interrompere immediatamente il rischio di reiterazione del reato, allontanando le educatrici dai bambini, e permettere lo svolgimento delle indagini. La pena vera e propria sarà stabilita solo al termine del percorso giudiziario nelle sedi opportune.
Parallelamente, viene chiesto con insistenza di pubblicare nomi, cognomi e fotografie delle persone coinvolte. Non farlo risponde a criteri deontologici. In questa fase del procedimento, la diffusione delle generalità di soggetti che non ricoprono cariche pubbliche non aggiunge valore informativo alla notizia. Al contrario, alimenterebbe una gogna mediatica e il rischio di violenza privata, calpestando il principio della presunzione di innocenza previsto dall’ordinamento di ogni stato che possa definirsi civile.
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Un altro aspetto critico riguarda la natura dei commenti apparsi online, molti dei quali incitano alla vendetta fisica, a punizioni corporali o alla gogna pubblica. Bisogna ribadire con fermezza che la violenza – fisica o verbale – non può mai essere un metodo, né educativo né sanzionatorio. La nostra Costituzione prevede che la pena debba tendere alla rieducazione: rispondere a un sopruso con un altro atto di violenza non garantisce giustizia, ma degrada il dibattito civile.
La vicenda ha inoltre riacceso la discussione sulla videosorveglianza obbligatoria negli asili e nelle residenze per anziani. Si tratta di una proposta già toccata dal dibattito politico, che tuttavia presenta complessità tecniche e legislative legate al bilanciamento tra la sicurezza e il diritto alla privacy. È un tema che merita di essere affrontato con serietà e nelle sedi competenti, non sotto la spinta dell’emotività del momento.
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