Stefano Pozzan e l’arte della Resilienza

All'età di diciotto anni a Stefano viene diagnosticata la mielite trasversa, sindrome che compromette l'uso delle gambe. L'atleta veronese non si dà però per vinto: «Le disabilità non devono essere viste come limiti, ma come sfide da vincere con coraggio».

Voce del verbo volere. La vita di Stefano Pozzan, atleta paralimpico veronese, veicola un messaggio che solo le grandi storie hanno la capacità di trasmettere: ispira, facendo riflettere. Stefano il lontano 15 giugno 2004 sta disputando un torneo di calcetto con gli amici, quando avverte che qualcosa non va. La sensazione di pesantezza avvertita alle gambe si trasforma rapidamente in incapacità di muovere le stesse e, giunto in ospedale, la diagnosi dei medici è spietata: lesione midollare causata da un virus, la mielite trasversa, fonte di disfunzioni motorie permanenti. 

Assorbito il colpo a livello fisico e psicologico, Stefano non si arrende e, come lui stesso ci ha raccontato, la sua esistenza entra in una nuova fase: «Il 15 giugno 2004 la mia vita è cambiata irreversibilmente – esordisce Pozzan – prima di quella data ero solito fare un certo tipo di attività, come il calcio, e da lì in poi ho cambiato la visione del mondo. C’è voluto del tempo per metabolizzare ciò che mi era successo, ho trascorso circa un anno tra convalescenza e carrozzina, ma ho acquisito gradualmente la piena consapevolezza della situazione in cui mi trovo, tanto che da una sventura ho ricavato delle opportunità di cui ignoravo l’esistenza. Lo sport in questo senso per me è stata fonte di salvezza: sono stato sempre innamorato del pallone, ma dal momento che ora mi è fisicamente precluso calciare la sfera, ho sviluppato la passione per il nuoto, una disciplina che in un certo senso mette tutti allo stesso livello. In acqua tutte le differenze vengono eliminate».

Stefano Pozzan in piscina

Agli onori della cronaca nello scorso anno è giunta la sua straordinaria impresa agli European Masters Games di Torino, manifestazione multisportiva con cadenza quadriennale riservata ad atleti paralimpici over 30. «Cinque medaglie in cinque gare a cui ho partecipato sono un bottino che mi riempie d’orgoglio – continua il trentaquattrenne – dispiace il non essermi misurato con distanze più lunghe, la mia vera specialità, ma per com’è andata non mi posso certo lamentare. Le classi del nuoto paralimpico sono determinate in base alla funzionalità residua del corpo: esistono delle tabelle che associano ai nostri muscoli un determinato punteggio in base al livello di menomazione, e la somma di tutti questi indici rivela il gruppo di appartenenza. Il range varia dalla categoria S14, la meno penalizzata, alla S1, ossia quella caratterizzata dalle disabilità più invasive. Io mi appartengo alla S7». 

Il 13 luglio 2019 è stato per Stefano un giorno da tramandare ai posteri. «Ho ultimato la traversata dal Lago di Garda da Torri a Maderno in due ore e quarantun minuti. In precedenza mi ero confrontato con la “Swim the Castle” di Malcesine sulla distanza dei 4000 metri ed il solo pensiero di percorrere 7 chilometri era per me un’utopia! Sceso in acqua invece la tensione si è sciolta e sono arrivato al traguardo finale classificandomi trentanovesimo su novantasei partecipanti, tutti normodotati a parte me e altri tre atleti. È stata una grande soddisfazione».

Stefano alla Swim the Castle di Malcesine

Come disse la leggenda Muhammad Alì «impossibile» non è un dato di fatto, ma solo un’opinione. «Lo scorso sedici febbraio sono andato a sciare – conclude Stefano – un’attività che ho scoperto, come dicevo prima, in questo nuovo periodo della mia esistenza. Il problema è che tante persone che si devono relazionare con una disabilità ignorano le possibilità che hanno di fronte. Prendete la mia storia: mai mi sarei sognato di percorrere 7000 metri nuotando nel lago ed invece eccomi qua. Gli handicap non devono essere visti come limiti insormontabili, ma come sfide che permettono di giungere in “alto” con ancora più soddisfazione. È proprio vero che volere è potere ».