Francesca Tommasi, la stella della corsa veronese che non vuole smettere di brillare

La giovane runner palazzolese, dopo aver fatto incetta di trofei giovanili, ha conquistato quest’anno il quinto posto agli Europei U23 sui 5000 metri. Una vita vissuta di corsa, la sua, non incentrata però solo sulla corsa…

Ci sono discipline nelle quali la sfida è con sé stessi, prima che con gli avversari. La corsa in un certo senso è la regina dell’individualismo sportivo: ci sei solo te e la strada, il resto è contorno. 

Verona è da sempre terreno fertile per lo sviluppo di talentuosi corridori. Uno dei frutti più rigogliosi cresciuti recentemente nel suolo autoctono risponde al nome di Francesca Tommasi, balzata recentemente agli onori della cronaca per il quinto posto agli Europei Under 23, un riconoscimento che l’ha incoronata seconda atleta italiana di sempre sui 5000 metri di categoria. 

La quotidianità di Francesca non è incentrata però solo sul Running: la giovane ’98 residente a Palazzolo, dopo aver conseguito al Liceo la maturità scientifica, frequenta il terzo anno di Medicina. Una vita, la sua, che viaggia saldamente su due binari diretti verso una direzione ignota, ma che, conversando con lei, scommettiamo sarà sicuramente appagante. 

Francesca, torniamo all’alba della tua carriera. Com’è nata la passione per la corsa? 

«Ho cominciato a praticare atletica all’età di dodici anni, in quanto prima ho giocato per un triennio a pallavolo. Mi è sempre piaciuto correre, tanto che alle elementari improvvisavo delle gare con i miei compagni di classe. Quando mi sono accorta che la parte del volley che preferivo era il riscaldamento è scattata la scintilla: ho chiesto a mio padre di andare a fare jogging e quando ha visto che non riusciva a starmi dietro mi ha consigliato di provare atletica a Bussolengo». 

Ad un certo punto irrompe nella tua vita Gianni Ghidini, un allenatore che segna inevitabilmente il tuo percorso di crescita… 

«Con Gianni ho un rapporto speciale. Mi allena dal 2012, età in cui ero ancora Cadetta e col tempo la sua figura è diventata per me una sicurezza. È un allenatore molto tranquillo che riesce a trasmettermi una grande serenità. Soprattutto nei momenti complicati fare affidamento su una persona paziente che non mi comunica ansia è un aiuto non indifferente». 

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Uno degli idoli della tua giovinezza è stato Usain Bolt. La domanda può sembrare banale, ma perché proprio un velocista e non, per esempio, un maratoneta?

«Diciamo che la prima connessione con l’atletica l’ho instaurata attraverso la televisione. All’epoca c’era il mito di Bolt, uno degli atleti più grandi di sempre, quindi verso di lui ho iniziato a maturare una profonda ammirazione. Poi però in pista ho capito che la velocità non era il mio forte e allora ho iniziato a dedicarmi principalmente alle corse “lunghe” come i 1500 metri, i 5000 e i “cross”».

L’ingresso nel gruppo sportivo dell’Esercito cos’ha rappresentato per te?   

«Se vuoi provare a fare della tua passione sportiva un lavoro, entrare in un gruppo sportivo Militare è l’unica strada a mio avviso percorribile in Italia. Nel 2017 ho vinto il concorso e sono riuscita a coronare questo sogno, anche se lo scatto che ho compiuto è stato soprattutto a livello mentale. Accedendo in un tale ambiente vedi possibile inquadrare la corsa in un’ottica lavorativa e questa per me è una prospettiva davvero entusiasmante».

Nel tuo cammino di crescita sei incorsa in tanti infortuni… come si articola la vita di uno sportivo di alto livello in questi momenti di «tenebre»?

«Non lo nego, ogni volta che ci si fa male seriamente la fase della riabilitazione è sempre un calvario. Ho perso il conto di quanti infortuni mi sono lasciata alle spalle e penso che se ho imparato una cosa da tutti questi periodi negativi è che la “resilienza” è l’unica arma che abbiamo in dote per superarli. Cerco dunque sempre di portare avanti attività compatibili con la guarigione per non perdere la forma fisica – come andare in piscina – una scelta che psicologicamente può aiutare. Certo è che restare fermi non è mai facile: ciò che mi manca di più in quei frangenti è la possibilità di mettermi in gioco coi miei avversari». 

Quanto è difficile, infine, portare avanti la carriera universitaria parallelamente a quella agonistica?

«Lo studio per me è un qualcosa di imprescindibile. Considerato che la carriera di un atleta è inevitabilmente condizionata da fattori esterni come i già citati infortuni credo che sia intelligente costruirsi nel tempo anche una strada alternativa. Serve poi tanto impegno per far combaciare tutti gli impegni che caratterizzano una giornata tipo, ma per ora sta andando bene». 

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