Dario Biasi, il vento che spinge l’Ambrosiana

Il centrale ex Verona e Cesena è un punto fermo della compagine di Sant’Ambrogio, protagonista in Serie D. L’età per il capitano rossonero è solo un numero: «La passione ha fatto nuovamente la differenza».

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«L’età non importa, conta solo la mentalità». La frase pronunciata da Cristiano Ronaldo da Maderia, alla vigilia della recente sfida interna di Champions League contro il Bayer Leverkusen è una massima di vita, prima che di sport. Sono passione e costanza a muovere ogni cosa: l’anagrafe, se ci sono questi due ingredienti, è solo un dettaglio marginale.

Dario Biasi, capitano dell’Ambrosiana classe 1979, incarna il significato più profondo di questo mantra. Leader dentro e fuori dal campo, il difensore rossonero la scorsa estate ha rinnovato per un’altra stagione il proprio matrimonio coi «Diavoli della Valpolicella», decidendo di navigare nuovamente, all’alba dei quarant’anni, nel turbolento mare della Serie D.

Il curriculum di Dario brilla di luce propria: dagli esordi in Serie B con la maglia del Verona, passando per la doppia promozione col Cesena sino al triennio a Frosinone, non c’è stato spogliatoio in cui il giocatore nativo di Isola della Scala non abbia lasciato segno del suo sconfinato carisma. Ma al di là dei lunghi trascorsi nel professionismo, l’epilogo dello scorso campionato ha riservato a Biasi uno dei picchi emotivamente più alti della sua lunga carriera: con una doppietta nell’atto finale contro il Darfo Boario ha salvato la sua Ambrosiana, regalandole una nuova pagina di storia tutta da scrivere.

dario biasi

Dario, carta d’identità alla mano cosa ti ha spinto a calcare per un altro anno il manto del «Montindon»?

«La voglia di continuare a giocare ha fatto la differenza. Mi sento ancora bene fisicamente, quindi ho pensato: “perché no?”. Ripensando poi alla bellezza dello scorso campionato non è stato difficile prendere questa decisione, anche se gli anni inesorabilmente passano e in futuro non mi dispiacerebbe intraprendere la carriera da allenatore».

Impossibile per te dimenticare quel 12 maggio a Darfo Boario Terme…

«Ho vissuto delle emozioni incredibili. Salvarsi in quel modo, quasi a tempo scaduto con una mia doppietta è stato un qualcosa di impagabile. È stata la vittoria di un gruppo sensazionale, che non ha mai mollato un centimetro, nonostante tutti ci dessero per spacciati. Il calcio è una metafora di vita: non bisogna mai arrendersi».

Quali sono a tuo avviso le differenze più evidenti tra professionismo e «dilettantismo»?

«Penso che in generale influisca moltissimo l’obbligo dei fuoriquota. È una regola che a mio parere trova poco senso di esistere, perché se un giovane è bravo trova comunque il modo di emergere, indipendentemente dall’età. Questo regolamento invece impone alle squadre di imbottirsi di “quote” a cui non viene dato il tempo di crescere e basta guardare alla scarsezza di classe ’98 – appena usciti dall’età dell’obbligo – per rendersi conto dell’incongruenza di questo sistema».

Hai sempre coltivato l’ambizione di diventare un giorno allenatore o è un desiderio che si è manifestato col tempo?

«Finché giochi pensi solo a giocare. Diciamo che negli ultimi anni mi ha incuriosito come prospettiva e in linea di massima, anche in base al mio stile di gioco, mi ci vedo a dare indicazioni dalla panchina. Staremo a vedere».

Quali tappe del tuo passato ricordi con maggior piacere?

«Davanti a tutto metto l’Hellas, sia perché è la squadra che mi ha lanciato, sia per la componente emotiva. Rappresentare la propria città è un privilegio che non ha eguali: con la casacca gialloblù ho trascorso delle annate intense che mi hanno dato tantissimo. Subito dopo metto Genova e Cesena, quest’ultima in particolare per le due promozioni consecutive. Conservo ricordi positivi anche di Frosinone, nonostante i vari infortuni che ho patito in quel periodo».

Il tuo Verona sta andando forte, superando la diffidenza iniziale. Te lo aspettavi?

«Ne ero certo, soprattutto perché conosco bene mister Juric, mio compagno al Genoa e uomo di grandissimo spessore umano. Da tecnico sta riproponendo la grande serietà e professionalità che ha messo in mostra da giocatore e i recenti risultati che sta avendo il collettivo sono anche e soprattutto frutto della sua impronta di lavoro. Speriamo che la squadra si confermi su questi livelli».

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