Fabio Moro: «Al Chievo educhiamo i ragazzi a diventare uomini prima che calciatori»

Negli studi di Verona Network abbiamo avuto il piacere di ospitare Fabio Moro, bandiera del Chievo Verona dei miracoli e tutt'ora protagonista nel club scaligero come responsabile attività di base del settore giovanile.

Negli studi di Verona Network abbiamo avuto il piacere di ospitare Fabio Moro, bandiera del Chievo Verona dei miracoli e tutt’ora protagonista nell’organigramma societario del club scaligero come responsabile attività di base del settore giovanile.

Innanzitutto ci ha raccontato il suo percorso e cosa lo ha spinto ad occuparsi dei più giovani dopo una carriera ad alti livelli e l’esperienza da allenatore: «Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ho avuto diverse opportunità. Ho iniziato come team manager della prima squadra del Chievo, affiancando Marco Pacione. Successivamente ho avuto la possibilità di lavorare, con mister Eugenio Corini, come collaboratore in prima squadra. Un ruolo che mi è piaciuto molto e mi ha gratificato: abbiamo portato il Chievo a due salvezze importanti».

«Ho poi intrapreso il percorso da allenatore con gli allievi regionali dell’Under 16 ma, dopo qualche mese, con il ritorno di Mister Corini sono rientrato in prima squadra. Il mio percorso è continuato come responsabile tecnico della scuola calcio quando il Presidente Campedelli mi chiese di seguire il settore giovanile, arrivando oggi ad essere il responsabile delle attività di base. Quando mi è stata affidata questa responsabilità è stato per me un motivo di orgoglio e una sfida formativa: avendo fatto un percorso da calciatore ho dovuto studiare per adeguarmi ai tempi, essendo il calcio in continua evoluzione. Il motivo fondamentale che mi ha spinto a fare questo è proprio quello di aiutare i ragazzi, mettendoli al centro del progetto e facendogli capire che la cosa più importante è diventare uomini prima che calciatori».

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Per quanto riguarda invece le attività e i progetti a livello di settore giovanile l’ex terzino gialloblù spiega: «Abbiamo investito, soprattutto quest’anno, su diverse persone per allargare i nostri orizzonti e per far si che il modello Chievo possa essere qualcosa di importante: crediamo nel lavoro e in quello che stiamo facendo. Abbiamo sviluppato l’area metodologica con Lorenzo Bedin, il quale ha portato avanti il progetto tecnico. Attraverso questa metodologia sono sicuro che ci prenderemo grandi soddisfazioni».

«Per quanto riguarda i progetti ce ne sono molti, come quello delle società affiliate: ci occupiamo di mantenere i rapporti con le società e soprattutto di fondere il nostro metodo di lavoro. Abbiamo la fortuna di lavorare al Bottagisio, una struttura di eccellenza che il Presidente Campedelli ha voluto fortemente, questo è sicuramente un valore aggiunto. Sempre al Bottagisio è presente la scuola calcio, un bacino importantissimo per noi:abbiamo tantissimi ragazzi iscritti a cui, per tutti, applichiamo la stessa metodologia. Dal settore giovanile, alla scuola calcio, alle società affiliate l’importanza di questo progetto è proprio quello di fornire un filo conduttore valido per tutti. Infine non posso non accennare a “Chievo International“: questa iniziativa è presente a livello mondiale e ci rende molto orgogliosi. Il nostro lavoro viene apprezzato non solo qui ma con orizzonti molto più estesi».

Infine un suo pensiero su cosa manchi in Italia a livello di settore giovanile e quali sono gli aspetti su cui bisognerebbe lavorare maggiormente: «Bisogna sempre cercare di mantenersi al passo con i tempi perché l’evoluzione del calcio è continua. Non è semplice dire cosa manchi in Italia in questo momento perché ci sono delle problematiche sociali che anni fa non erano presenti».

«È sempre più costante, nel bambino e nel ragazzo, la difficoltà a fare ore di pratica: una volta si giocava per strada, si stava molte ore all’aperto facendo così tanta esperienza a livello motorio e avendo un continuo contatto con le persone e con il pallone. Adesso questo è più difficile per tanti motivi, per cui la difficoltà è quella di dare a bambini e ragazzi luoghi sicuri in cui poter giocare».

«Bisogna aggiungere» conclude Moro «che nelle scuole vengono dedicate poche ore all’educazione sportiva, fondamentale per conoscere il proprio corpo e per sviluppare le abilità coordinative.

Giovanni Facciolo

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