Sara, dalla Lessinia a Celentano

Tra critiche e lodi, Adriano Celentano ha mantenuto la promessa: la sua serie evento non è passata inosservata. Rilasciata dal vivo proprio sul palco veronese del Camploy, il mastodontico lavoro del Molleggiato ha un “debito” anche con un’altra voce scaligera, Sara Scandola, giovane illustratrice di Bosco Chiesanuova.

TALENTO E (COME L’HA DEFINITA LEI) una «serie di fortunati eventi». Questo è ciò che ha portato Sara Scandola, giovane grafica e illustratrice veronese di Bosco Chiesanuova, ad entrare in una delle produzioni italiane più significative del momento, “Adrian”, la serie tv animata di Adriano Celentano.  Classe ‘95, Sara nel 2014 ha lasciato il nido per iniziare il suo percorso di studi a Milano alla Naba, la Nuova Accademia di Belle Arti, nel 2017, grazie all’incoraggiamento di un docente, si è candidata per partecipare al colossale progetto del Molleggiato: «Stavo studiando all’ultimo anno dell’Accademia e frequentavo un corso di animazione. Stavo lavorando ad un progetto insieme a un mio collega ed eravamo entrambi entusiasti della materia. Così il professore ci ha proposto questa occasione. Ho fatto il colloquio e sono stata presa» ricorda con soddisfazione Sara.

UNA PRIMA ESPERIENZA nel mondo televisivo che ha permesso a Sara di assistere alle fasi finali della produzione di Adrian, dopo una gestazione di ben nove anni: «Io ero nel gruppo di post-produzione: è la fase finale dove si inseriscono gli effetti speciali, si sistemano le luci, si aggiungono le animazioni. Io, in particolare, intervenivo nei background per far sì che tutto fosse coerente, creavo effetti di sfocatura, pareggiavo i colori e segnalavo eventuali errori tecnici» spiega Sara, che non nasconde l’ostacolo più grande che ha dovuto sormontare nel corso della realizzazione del progetto: «La pressione. Perché ero la più giovane all’interno del gruppo e lavorare con persone che hanno fatto la storia della musica italiana mi ha creato molto

stress. Inoltre, essendo la mia prima esperienza lavorativa, ho dovuto applicare tutto quello che fino a quel momento avevo solo sperimentato nelle aule universitarie. È stata una sfida: alla fine ho imparato ad andare oltre ciò che avevo studiato per mettermi in gioco».