Medhat Shafik e quel Sahara che abbiamo dentro e fuori di noi
Medhat Shafik, nato in Egitto nel 1956 e dal 1976 in Italia dove ha anche studiato, ci ha abituato da molti anni a temi profondi e attuali, specchi contemporanei di quel che siamo o stiamo diventando, da “La via della seta” (2000) “Le città invisibili” (2007) fino a “Sahara” (2022).
«Il titolo “Sahara” – afferma Medhat Shafik – intende rappresentare tutti i deserti del mondo e il deserto diventa una metafora, un contenitore di storie e significati, come spesso accade nei miei lavori. Nel deserto, infatti, tutto è azzerato e l’uomo si ritrova con la propria fragilità, si affaccia da solo all’abisso del mondo, come nel famoso quadro di Caspar David Friedrich, divenuto il manifesto del romanticismo».
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È una passeggiata lungo la battigia la mostra di Shafik, perchè dal deserto non raccoglie il vuoto, la sensazione di solitudine, quel perdimento che c’è nel “Viandante sul mare di nebbia” (1818) di Friedrich, ma la speranza: quella di ritrovamenti che sono memoria, di colore puro, improvviso e inaspettato, segni e tracce mai banali, leggere riflessioni che ci pongono domande “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? “(1897) come l’opera di un altro artista dell’Ottocento Paul Gauguin, ideale prosecuzione delle sensazioni di Caspar David Friedrich, e poi di Medhat Shafik.
Il Sahara è già nella parola metafora di deserto, è il deserto, quelle distese di sabbia, in orizzontale ed in verticale, un vuoto caldo e morbido che può essere fatale, dove il pericolo è improvviso o lento. Deserto da “deserere”, “abbandonare”, quell’abbandonare a coltivare noi stessi come uomini o donne singolarmente e come comunità che ci sta portando ad una desertificazione, non solo per via climatica ma anche nell’animo, per una sopravvivenza che ci vede sempre più violentemente gli uni contro gli altri.
Shafik tende la mano, ci riporta alla dimensione di “meraviglia”, di scoperta, di conoscenza, di ascolto, ci riporta indietro all’infanzia, quell’ingenuità di poter costruire il mondo prima immaginandolo con buche e castelli, raccogliendo quel che si trova come testimonianza di vita, vetri opachi come pietre preziose ed ossi di seppia, per riscoprire i segni della civiltà che ci appartiene.
La mostra è salire su un tappeto volante sopra alla quotidianità, scendere dagli zerbini ai quali siamo abituati e volare come in una fiaba. E di fiabe abbiamo bisogno per migliorare.
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