L'ALTRA PARTE DI BUBOLA: NUOVA RACCOLTA DEI BRANI SCRITTI CON DE ANDRE'

Dall’altra parte di De Andrè. Massimo Bubola, il cantautore veronese che ha scritto con il Faber della canzone d’autore due album («Rimini», nel ’78; il disco soprannominato «L’indiano» nel 1980) e una serie di brani storici come «Una storia sbagliata» e «Don Raffaè», ha deciso di rileggere quelle composizioni per celebrare il decennale della scomparsa di De Andrè che cade l’11 gennaio 2009.

Il risultato è un disco, «Dall’altra parte del vento», in uscita il 5 dicembre, contenente il brano inedito che dà il titolo alla raccolta.
Sembra proprio un album di tributo, in un periodo di omaggi a De Andrè.
Un omaggio deve essere gradito e un tributo richiesto. Lo definirei una rivisitazione. Ho aspettato 10 anni dalla scomparsa di Fabrizio perché la mia non potesse sembrare un’operazione di sfruttamento.

Il rapporto con Fabrizio, infatti, non era solo professionale ma di condivisione di vita: lavorare con lui voleva dire vivere con lui. Abbiamo passato un anno a conoscerci prima di scrivere canzoni. Si parlava di tutto: politica, storia, agronomia… Così, al suo fianco, ho visto nascere una fattoria a Tempio Pausania, in Sardegna, e ho abitato nella sua casa al mare, a Portobello di Gallura. Dal 1977 al 1981, tre quarti dell’anno lo passavo in Sardegna da lui.

Per me i De Andrè sono stati una seconda famiglia: ho scritto per Dori Ghezzi, sua moglie, e ho prodotto due dischi con suo figlio Cristiano.
Fu De Andrè a volerla conoscere: come mai?
Trovò – bontà sua – nel mio primo album, «Nastro giallo» (1976), diverse cose interessanti. Era incuriosito dalla nuova letteratura folk-rock e dalla scrittura rock, lui che era nato artisticamente con riferimenti francofoni.

Il risultato della vostra prima collaborazione fu un successo.
Sì, l’album «Rimini» è stato lo spartiacque della carriera di Fabrizio. L’album superò le 4-500mila copie vendute, quasi 10 volte in più dei dischi precedenti. Ma divenne molto popolare anche il disco dell’indiano, quello successivo. Sono orgoglioso di essere stato l’unico che ha realizzato con lui due album. D’altra parte, venivo da un’esperienza rock e da una città come Verona dove tutti suonavano in gruppi rock.
Che rapporto vede tra Faber e gli altri suoi collaboratori, Francesco De Gregori e Ivano Fossati?

Al pari mio hanno avuto lunghe carriere con decine e decine di album. È stato Fabrizio a spostarsi, a seconda dei suoi collaboratori, su soluzioni diverse. Ha cambiato genere musicale mentre noi abbiamo sviluppato uno stile. Per Faber era la personalità a creare qualcosa di unico.
Che cosa aggiunge questo disco ai classici di De Andrè?
Riporta quel repertorio nel fiume del rock. Erano canzoni concepite musicalmente e testualmente – ovvio, dalla mia parte del vento – per creare una letteratura del rock, una lingua italiana che si adattasse al rock.

Giulio Brusati (L’Arena)