Otello Perazzoli, (forse) l’ultimo Torototela

Chi non vorrebbe trascorrere due ore in sua compagnia? Due ore che poi sembrano pochi secondi, da quanto è coinvolgente. Otello Perazzoli racconta, accompagnato dal suo organetto diatonico, l’antenato della fisarmonica. Lo fa con una naturalezza che lo rende unico. Non solo perché come lui oggi ne sono rimasti pochi in Italia, e nel veronese proprio nessuno, ma perché ha un modo tutto suo di omaggiare la tradizione orale.

Otello Perazzoli ha iniziato trent’anni fa. Trasferitosi da Legnago a Illasi per lavoro, ha fondato un primo gruppo “Canzoniere del Progno”, che proponeva canti di tradizione popolare di Illasi e non solo. Poi l’incontro con Dino Coltro: una tappa fondamentale. «A lui tutti dobbiamo una riconoscenza enorme. Coltro, infatti, ci ha lasciato 10.000 pagine di proverbi, storie, canzoni, fotografie, testimonianze». Un tesoro unico. E fu proprio Coltro un giorno a dirgli: «Te sì l’ultimo torototela». Una frase che per Otello è stata una sorta di investitura. «Il torototela –  ci spiega – è il simbolo del nostro passato. Non un mendicante ma un questante. Mentre il primo faceva l’elemosina, il questante chiedeva un compenso, un obolo che non gli poteva essere negato, perché nel questante c’era l’immagine di Cristo». Il torototela è quindi una figura che risale al Settecento. La si vede nelle immagini con uno strumento e la sua funzione era quella di portare in giro le cante e storie di una volta. Fino agli anni Sessanta del Novecento l’Italia ne aveva di straordinari. «L’ultimo a Verona da ricordare è stato Vittorio Bampa: andava in giro con la moglie e tre figli, che suonavano con lui». Continua Otello: «Un tempo un buon cantastorie manteneva una famiglia. Oggi invece è rimasta la passione di pochi».  Otello ha lasciato il gruppo anni fa, per esibirsi da solo.  «I gruppi in genere eseguono canzoni». Otello si è messo per conto suo perché gli interessano non solo i canti ma anche le ciacole. Gli piace, insomma, contestualizzare le canzoni. «È  importante per me entrare in contatto con il pubblico e ascoltare le testimonianze, che ti arricchiscono ogni volta». Lavorare con il pubblico è una delle regole fondamentali da seguire.

«Altra regola è non fare busi». Otello fa 150 uscite all’anno. Realizza una scaletta ogni volta. Fatta per essere stravolta. «Oggi non c’è nessuno che segue la mia strada, una passione che richiede molto studio», ma al contempo c’è un enorme bisogno della tradizione orale. Tanto che da solo Otello non riesce a coprire tutta la domanda. «L’altra cultura come la definiva Coltro per non catalogarla di serie A o B,è andata persa. Una volta anche gli insegnanti seguivano i corsi di formazione sulla tradizione orale, nell’ambito dell’educazione ambientale. Ma attualmente la scuola non fa più niente in questa direzione».

Ma perché c’è questo bisogno? «Il canto una volta era la colonna sonora della vita. Era quello che tu facevi. C’erano i canti dei bambini, del lavoro, dei migranti, delle mondine. Si trasmetteva di generazione in generazione, nei campi, nelle stalle, nelle corti, nelle sagre, nelle osterie. Erano tanti i momenti di convivialità». Era qui, in queste occasioni, che si trasmetteva la memoria collettiva. Perché «la tradizione non è culto della cenere, ma custodia del fuoco, per citare Gustav Mahler. Solo per portare l’esempio dei proverbi, questi erano una risposta a tutto.  A ci nasse sfortunà ghe piove sul cul anca a star sentà era un modo per dire che è impossibile sfuggire al proprio destino. Eppure anche una consolazione, un modo per dire che, comunque, la sfortuna presenta sempre una via di uscita».

E oggi? Secondo Otello «conoscere le storie è importante per riconoscere le radici. I testi vengono incontro a un tuo bisogno di nostalgia». E come scrive Erri De Luca «la nostalgia è una goccia, una persona, un profumo, che parte da lontano e viene a farti compagnia».